1945-53 | 1954-67 | 1968 | 1969-74 | 1975-89 | Dissenso | Repressioni | Documenti | Risorse
Il dissenso: Charta 77 | La Chiesa | VONS | Samizdat
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L’iniziale diffidenza della Chiesa
Le minacce da parte delle autorità spaventarono anche i rappresentanti delle Chiese, che si espressero negativamente su Charta 77: i vescovi cattolici non la condannarono direttamente, ma presero le distanze dalle sue dichiarazioni trincerandosi dietro al fatto che i chartisti non avevano il diritto di esprimersi «sull’ambito religioso a nome dei nostri fedeli». Alcuni furono sorpresi da una così cauta presa di posizione da parte della gerarchia. Il teologo Zverina scrisse al cardinal Tomásek con toni di filiale devozione ma con fermezza: «Signor vescovo, La scongiuro, non dia retta a nessuno – nemmeno a me – ascolti solo Gesù Cristo!… Protegga gli inermi, protegga coloro che vengono calunniati e perseguitati, colga forse l’ultima opportunità che Le concedono le nostre leggi e gli obblighi internazionali per poter difendere la Chiesa contro l’infamia e una morte lenta». Tomásek fu inizialmente diffidente non tanto verso i contenuti del documento programmatico, quanto nei confronti degli ex-comunisti, perché li conosceva dal ‘68 quando erano negli organi del potere: non si fidava della loro «conversione» ai diritti umani, credeva che avessero un progetto politico. Inoltre c’era stata la minaccia delle autorità statali, che se si fosse messo a fianco dei chartisti avrebbero arrestato preti e laici, di cui gli sottoposero l’elenco. Tuttavia tra i firmatari c’erano numerose personalità dell’intelligencija di ispirazione cristiana. Zverina scrisse: «La Charta non intendeva essere e non fu un atto politico, bensì morale. Il livello è dunque completamente diverso. Non interveniamo per convenienza, ma per responsabilità, non per ottenere vantaggi, ma per la verità». Alla fine il cardinale vinse la titubanza, cominciò a conoscere di persona i chartisti, ogni anno riceveva i nuovi portavoce e benediceva le loro iniziative.
L’anomalia slovacca
In Slovacchia, l’«opposizione» rimaneva più legata alla Chiesa: «Il dissenso slovacco allora era formato in gran parte dagli ambienti della cosiddetta Chiesa clandestina», racconta R. Gombík, uno dei primi due sacerdoti slovacchi firmatari: «Dopo l’incontro con Pavel Kohout mi fu chiaro che, qualunque fosse stato il suo passato, non ero di fronte a un nemico della Chiesa. Non riuscivo a immaginare che i firmatari ambissero al potere, quando non sapevano nemmeno cosa poteva accadere da un giorno all’altro, o cosa avrebbe fatto la polizia di lì a poche ore… Significava molto per noi poter visitare Miro Kusy, Hana Ponická, Milan Simecka e suo figlio, abbiamo conosciuto persone coraggiose dell’ambiente degli artisti di Bratislava… Potevamo arrivare in qualsiasi momento, le porte erano sempre aperte. È stato facile superare insieme quei tempi cattivi».
«Per gli slovacchi – ha affermato in una recente intervista Kusy – Charta 77 non rispecchiava le loro loro priorità, e in un certo senso era la riedizione dell’atteggiamento ceco del ‘68: prima la democratizzazione e poi tutto il resto… Nella dichiarazione programmatica e nei documenti successivi non si trova traccia dei problemi locali o di quelli sui rapporti ceco-slovacchi …La situazione cominciò a cambiare solo nell’autunno dell’89 dopo l’arresto e l’istruzione del processo contro il cosiddetto “gruppo dei cinque di Bratislava” [Carnogursky, Kusy, Manák, Ponická, Selecky]… Così la Charta cessò di essere considerata un affare esclusivamente praghese. L’intelligencija slovacca sottoscrisse una petizione per la liberazione dei cinque, e per la prima volta davanti al palazzo di giustizia apparvero capannelli di protesta». Da parte ceca si era cercato inizialmente di contattare anche Dubcek: «Nel novembre 1976 – racconta ancora Kusy – venne da me Mlynár, voleva combinare un incontro con Dubcek, ma non ci riuscì… Quando poi ne parlai con l’interessato, rifletté un attimo e disse: “Sai, potevo essere uno dei fondatori della Charta, ma non uno dei firmatari”». Anche i tentativi provenienti dagli ambienti della Chiesa clandestina non ebbero molto successo, come ricorda R. Fibi: «Nell’agosto 1977 con la nostra comunità facemmo gli esercizi spirituali, guidati da padre Zverina… Ci spiegò il suo punto di vista sull’iniziativa e il perché avesse firmato. Fu uno stimolo perché anche noi ci muovessimo. Stendemmo una dichiarazione sulla situazione religiosa in Slovacchia e sulla persecuzione dei cristiani. Iniziammo a raccogliere firme. Le prime vennero dalla nostra comunità, le altre si raccolsero con molta difficoltà… L’azione non ebbe successo a causa dei pochi firmatari. Capimmo che non era ancora il momento giusto per simili iniziative in Slovacchia».
Dall’altra parte della barricata
L’informativa del controspionaggio «Su alcuni aspetti del movimento “Charta 77”», della seconda metà del ‘77 (desecretata nel 2006), analizza l’attività della Charta alla luce della politica comunista, e collega l’iniziativa civile alla «nuova dottrina americana di destabilizzazione del movimento internazionale comunista e operaio», e all’attività delle «principali personalità dell’emigrazione, Pelikán e Tigrid». Si condanna il tentativo di disorientare i partiti comunisti occidentali per trasformarli in socialdemocrazie «liquidandoli praticamente come forze politiche pericolose». La «tattica» degli «elementi controrivoluzionari» sarebbe quella di «presentarsi come movimenti apolitici che chiedono unicamente il rispetto dei diritti umani sulla base delle leggi e degli accordi interni e internazionali», con la bandiera del «pluralismo»; ma poi di fra le righe sfugge questo curioso accenno: «Nella “charta” sono sottolineati i cosiddetti aspetti etici, i diritti umani concepiti e interpretati in modo soggettivo, che senza un implicito contenuto di classe possono gettare nella confusione l’opinione pubblica in patria e all’estero, e possono diventare un trampolino di lancio per un’accusa globale verso il partito di avere per anni violato sistematicamente i diritti umani fondamentali».
Il documento prosegue con la condanna dell’«intrusione negli affari interni» della Cecoslovacchia, e riporta il caso dell’incontro tra il ministro degli esteri olandese van der Stoel con il filosofo Patocka, quest’ultimo morto dopo gli interrogatori della polizia: «Gli organizzatori stranieri con l’entrata in scena di “charta 77” avevano già messo in conto eventuali “vittime” tra le fila dei suoi portavoce e firmatari a scopi propagandistici». L’informativa stigmatizza infine il pluralismo politico e sindacale, e il «tentativo di indebolire il sentimento internazionalista del nostro popolo e di creare, nei rapporti bilaterali cecoslovacco-sovietici, condizioni tali da escludere qualsiasi aiuto da parte sovietica nel caso si creasse un’altra situazione controrivoluzionaria» (riferimento al ‘68).
Il pedinamento di uno dei primi tre portavoce, Jirí Hájek.
Immagini di padre Zverina.
Jan Patočka: una via per la libertà
articolo di R. Sofi (La Nuova Europa)