La «polis parallela» cresce: il VONS e i contatti con l’estero

Intanto Charta 77 diffondeva documenti e analisi su vari argomenti: sul diritto alla libertà religiosa, alla libertà di viaggiare, sulla situazione delle minoranze etniche (rom, ungheresi, ebrei), dei pensionati, sulla Polonia, sul movimento pacifista occidentale che reggeva il sacco alla politica filosovietica, sul diritto alla storia, sull’ecologia, sugli ordini religiosi, sulla situazione delle carceri, sugli anniversari del 1918 e del ‘68, sull’educazione, sulla manifestazione del 25 marzo ‘88 a Bratislava…

Nel maggio 1978 Benda scrisse un intervento di riflessione critica sull’esperienza chartista, noto come testo sulla «polis parallela». Egli riconobbe a Charta 77 di aver raccolto un ampio consenso operando nell’ambito della legalità, ma si era poi trovata «in una situazione schizofrenica»: da un lato condannava il sistema, dall’altro era come se agisse fingendo di ignorare che le promesse ufficiali sui diritti umani restavano solo propaganda. Charta 77 aveva cercato di superare questa divisione preferendo un atteggiamento etico invece che politico, ma allo stato dei fatti quella scelta sembrava non aver condotto a nulla, per tre motivi fondamentali: la morte di Patocˇka (da lui era venuta la «spinta etica»), la volontà del potere di ignorare l’iniziativa civile preferendo «strangolarla nel buio», e l’astrattezza della posizione etica «postulata senza precisare un contenuto positivo e una direzione d’azione. La posizione etica astratta può essere certo efficace ma ha un raggio d’azione limitato». Benda lo spiegava descrivendo il passaggio «dalla sensazione estatica di liberazione che si prova firmando, alla disillusione progressiva fino allo scetticismo profondo» che ne seguiva. Per questo si chiedeva quali sforzi concreti o «programmi positivi» si potevano proporre per il futuro. Secondo il filosofo era necessario creare «strutture parallele» capaci sia pur limitatamente di supplire alla mancanza di istituzioni vicine ai problemi della società, o di «umanizzarle». In questo si richiamava all’esperienza dei gruppi musicali. Poi a ottobre uscì Il potere dei senza potere di Havel, che puntualizzò e concretizzò alcune questioni5. D’altra parte, lo stesso Benda fu tra i fondatori, nell’aprile del ‘78, del «VONS», Comitato per la difesa degli ingiustamente perseguitati, una vera e propria «struttura parallela» sorta dalla necessità di aiutare giuridicamente e materialmente le vittime delle repressioni e le loro famiglie, specialmente coloro che non essendo «famosi», non godevano dell’appoggio dall’estero. Nel novembre 1979 sei attivisti del VONS (Uhl, Havel, Benda, Dienstbier, Bednárová e Nemcová) furono condannati a pene detentive tra i 3 e i 4 anni e mezzo per «sovvertimento della repubblica».

Verso la fine del ‘78 Frantisek Janouch, emigrato qualche anno prima in Svezia, aprì a Stoccolma la Fondazione Charta 77 per raccogliere aiuti dall’estero e informare l’opinione pubblica occidentale su quanto avveniva in Cecoslovacchia. Nel corso degli anni la Fondazione fu insignita di vari premi, dall'81 se ne interessò anche il filantropo americano G. Soros, che in 8 anni versò circa 2 milioni di dollari. Vi contribuirono Havel (con il mezzo milione di marchi del Premio Erasmo nell’86) e Andrej Sacharov. «Il nostro principio – ha spiegato Janouch – era la legalità», si voleva infatti evitare che i beneficiari in Cecoslovacchia fossero denunciati per contrabbando o frode fiscale. I fondi venivano usati per aiutare le famiglie dei detenuti e per finanziare la stampa di libri. Oggi la Fondazione si occupa di aiuti umanitari e assistenziali.

Non mancarono i contatti con dissidenti di altri paesi del blocco socialista, in primis con i polacchi, tecnicamente meglio organizzati. Gli incontri si tenevano sui monti al confine ceco-polacco, e divennero sistematici dalla seconda metà degli anni ‘80, «istituzionalizzandosi» nel gruppo della So­lidarietà polacco-cecoslovacca che si occupava dello scambio di testi samizdat, della preparazione di petizioni congiunte, dell’acquisto di tec­no­logie per la stampa (in Polonia).

Dall’altra parte della barricata

L’operazione «Risanamento»

Già nel 1978, tramite l’operazione «Diversione», le autorità comuniste cercarono di inasprire il dibattito interno a Charta 77 al punto che si ebbero le dimissioni di due portavoce, Hájek e Kubisová. Poi fu la volta dell’operazione «Risanamento»: l’idea base era quella di costringere i dissidenti a lasciare il paese e a impedire loro di continuare ad esercitare un «influsso negativo» sulla società. Per il regime c’era il vantaggio che l’«opposizione» veniva espulsa senza l’eco con cui erano stati accompagnati alcuni processi, e in più si dava l’impressione che il regime permetteva ai dissidenti di andarsene «liberamente» oltrecortina. In realtà si trattò di una serie di operazioni illegali (violazione del diritto a non essere privato della cittadinanza, violazione del par. 31 della Costituzione che garantiva la libertà di residenza) per esiliare le persone scomode. Il «Risanamento» iniziò dopo l’ordinanza del ministro degli interni federale, Obzina (dicembre 1977), in cui fra l’altro si chiedeva «l’isolamento dei principali organizzatori di Charta 77 dai comuni firmatari e il loro trasferimento fuori dal territorio nazionale».
Nel 1978 i servizi riuscirono a far espatriare 15 firmatari con relative famiglie. Durante il ‘79 lasciarono il paese altri 10 chartisti «ai quali fu impedito di continuare le azioni ostili» ricattandoli con materiali compromettenti costruiti ad arte o con la minaccia di rendergli la vita impossibile anche in Occidente. La polizia poté constatare il «graduale disorientamento dei giovani, l’approfondimento dei contrasti interni con conseguente perdita di interesse verso i cosiddetti movimenti underground». Nell’81 la polizia costrinse all’uscita altre 23 persone, e mentre – sull’onda del «successo» – preparava l’espatrio per altre 22, dall’alto arrivò l’ordine di non esagerare con la «fuga dei cervelli»…
La pressione si esprimeva in incessanti convocazioni alle sedi della polizia, richieste di «chiarimenti», fermi di 48 ore in custodia preventiva, ritiro della patente e del libretto di circolazione, licenziamenti, invio di lettere anonime, ecc., per dare l’impressione che l’intera attività del dissenso fosse sotto continuo controllo. Senza escludere l’uso delle minacce e della forza: come contro Ivan Medek, aggredito e abbandonato nei boschi fuori Praga, contro Zina Freundová assalita nottetempo da un gruppo di agenti ubriachi. Padre Václav Maly´ rifiutò sempre di emigrare nonostante i pestaggi subiti durante i «colloqui», regolarmente denunciati: «Il periodo peggiore è stato quando nell’81 si era intensificata l’attività di Solidarnosc, e i nostri organi di sicurezza decisero di liquidare Charta 77. In quell’anno mi assunsi il servizio – e uso proprio questa parola – di portavoce».  Con altri invece gli organi usavano una tattica soft: dapprima agevolavano la permanenza di lavoro o studio all’estero del soggetto, dopodiché gli toglievano la cittadinanza e ne impedivano il rientro, come all’attore Pavel Landovsky, costretto a fermarsi a Vienna. Oltre al «Risanamento», furono condotte altre azioni «preventive» fino all’89, dirette o contro gruppi del dissenso o contro singoli rappresentanti. Se si escludono gli espatri forzati, il contraccolpo reale di queste operazioni non fu la liquidazione del dissenso, ma solo un certo contenimento delle attività clandestine. Solo nei primi anni del 2000 sono state emesse condanne penali contro ex-funzionari dell’apparato di repressione.

Václav Benda al lavoro come fuochista.

DOCUMENTO PROGRAMMATICO DEL VONS

Nello spirito del mandato di Charta 77 e in conformità con il suo sforzo di sostenere la nascita di stretti gruppi di lavoro dedicati a nuovi compiti, ci siamo decisi - dopo alcuni mesi di lavoro preliminare - a creare il Comitato per la difesa degli ingiustamente perseguitati. Scopo di questo Comitato è quello di seguire i casi di persone perseguitate penalmente o finite in carcere per aver espresso le proprie convinzioni, o vittime dell'arbitrio poliziesco e giudiziario. Vogliamo rendere noti questi casi all'opinione pubblica e agli uffici competenti, e secondo le nostre possibilità aiutare le persone colpite da questi provvedimenti. Vogliamo pertanto collaborare con tutti coloro che, da noi o all'estero, esprimono interesse alla questione. Chiediamo allo stesso tempo ai cittadini di comunicarci - meglio se personalmente - casi di questo tipo. Crediamo che l'azione del nostro comitato contribuisca ad evitare che le persone non vengano perseguitate e incarcerate ingiustamente.

Praga, 27 aprile 1978

ing. Rudolf Battek, Otta Bednarova, Jarmila Belikova, dr. Vaclav Benda, Jiri Dientsbier, Vaclav Havel, Premysl Janyr, Alzbieta Ledererova, Vaclav Maly, Ivan Medek, Dana Nemcova, dr. Ludvik Pacovsky, Jiri Ruml, dr. Gertruda Sekaninova-Cakrtova, Anna Sabatova, dr. Jan Tesar, Petr Uhl