Scriveva
il teologo ceco Josef Zverina: "Nel '45 in Cecoslovacchia
arrivò la liberazione, ma non la libertà. Il
trionfalismo del Partito comunista fu mostruoso e
sfacciato". I comunisti, non essendo mai stati al governo
prima della guerra, si presentarono all'opinione pubblica
come i "puri" che non avevano alcuna responsabilità
per i patti di Monaco del 1938 (cui era seguita
l'occupazione nazista del paese), e si misero al fianco
dell'Armata Rossa che aveva liberato parte del paese.
All'indomani delle prime elezioni del dopoguerra (26 maggio
1946), i Partiti comunisti - rispettivamente ceco e slovacco
- occupavano la maggioranza di seggi in parlamento: avevano
infatti ottenuto il 40,17% dei voti in Boemia-Moravia,
vincendo le elezioni (93 seggi), e il 30,37% in Slovacchia
(21 seggi), dietro il Partito democratico (62%, 43 seggi).
Inoltre in Boemia-Moravia, dietro ai comunisti si erano
attestati il Partito social-nazionale col 23,66% (55 seggi),
il Partito popolare col 20,24% (46 seggi), il Partito
socialdemocratico col 15,58% (37 seggi). In Slovacchia
infine il Partito della libertà aveva ottenuto il
3,73% (3 seggi) e il Partito del lavoro il 3,11% (2 seggi).
Tutto ciò non deve stupire dato che tutti i partiti
presenti nel Fronte nazionale (1) in politica estera erano
orientati verso l'amicizia con l'URSS: nel Programmma di
Kosice dell'aprile 1945 che avrebbe dovuto indicare le
linee-guida per il rinnovamento nazionale del dopoguerra,
tutte le formazioni politiche avevano dichiarato: "Il
governo agirà in coordinamento con l'URSS in tutti
gli ambiti: militare, politico, economico e culturale". Il
PC fece di tutto per ottenere dei ministeri "forti" nel
governo: ebbero così il premier, Gottwald, il
ministero dell'informazione (Kopecky) e soprattutto gli
interni (Nosek). La creazione del nuovo Corpo di pubblica
sicurezza (SNB) nel luglio 1947 avvenne in modo che il PC
impose propri rappresentanti a tutti i livelli dell'apparato
di sicurezza, compresi informatori e infiltrati nelle altre
formazioni politiche. Si veda ad esempio l'interrogazione
al governo (2 febbraio 1948) di alcuni deputati in merito
alla sostituzione di funzionari non comunisti dell'SNB da
posti di comando. La fine dell'anno 1947 fu caratterizzata
da crescenti tensioni fra ministri non comunisti e
comunisti, i quali ultimi cercavano di far passare
provvedimenti importanti senza sottoporli all'esame della
coalizione e senza discuterli in parlamento, bensì
agendo direttamente tramite i propri ministri. Sotto la
pressione del Kominform i comunisti cecoslovacchi decisero
di prendere il potere tendenzialmente senza provocare una
lotta fratricida. Nel nascente blocco orientale, la
Cecoslovacchia rimaneva ancora uno Stato relativamente
democratico benchè il sistema parlamentare stesse
ormai cessando di funzionare appieno. Le forze democratiche
si trovavano impotenti a fronteggiare le illegalità
degli organi del "potere popolare" che si muovevano al di
fuori degli strumenti parlamentari, manovravano i sindacati
e in Slovacchia potevano disporre dell'aiuto armato dei
partigiani.
Verso il Febbraio
Il 13 febbraio 1948, d'accordo con i rappresentanti dei
partiti non comunisti (social-nazionali, popolari,
democratici), il ministro della giustizia Drtina fece una
comunicazione urgente sulle illegalità compiute dagli
organi del Ministero degli interni. Il premier Gottwald
cercò di rinviare il dibattito in assenza del
ministro Nosek. I ministri non comunisti stavano per
accettare il rinvio, quando giunse la notizia che il
comandante regionale del Corpo di sicurezza nazionale aveva
appena dato l'ordine di esonerare 8 comandanti non
appartenenti al PC dell'SNB praghese. Dopo un'accesa
discussione il governo - tranne i comunisti - dispose che
per gli 8 comandanti rimanessero al loro posto fino a una
successiva decisione delle autorità. Il ministro
Nosek non rispettò però questa decisione e
nuovamente alla successiva riunione di governo (17 febbraio)
non si presentò. I ministri non comunisti
protestarono e si rifiutarono di continuare la seduta
finché non avessero ricevuto garanzie che Nosek si
sarebbe sottomesso alle decisioni prese il 13 febbraio.
Gottwald reagì chiedendo il rinvio del dibattito al
20 ma, non avendo ottenuto consenso, abbandonò l'aula
definendo la decisione un atto di "sabotaggio" e un
"complotto anticomunista". La presidenza del PC diffuse una
presa di posizione in cui si invitata "il popolo lavoratore"
a prepararsi ad intervenire contro la "reazione"; fu
allertata anche la polizia della capitale. Il giorno dopo i
rappresentanti dei tre partiti non comunisti decisero di
boicottare la successiva riunione di governo finché
non sarebbe stata accolta la disposizione del 13 febbraio.
L'incaricato sovietico a Praga Michail Bodrov, dopo un
colloquio con Gottwald comunicò a Mosca che le
intenzioni del premier cecoslovacco erano di "prendere il
potere nel paese con la forza con l'aiuto del Ministero
degli interni e della maggior parte delle forze armate e
farla finita con la reazione"
Il 19 febbraio fu un giorno di intensi colloqui: i ministri
non comunisti avevano deciso di dimettersi ed ottennero
l'appoggio dei socialdemocratici. Nel frattempo il
precipitare della crisi mise in allarme anche l'URSS: il
viceministro degli esteri sovietico Valerian Zorin (primo
ambasciatore in Cecoslovacchia negli anni 1945-47)
volò a Praga, teoricamente per controllare se
venivano rispettati gli accordi sulle forniture di cereali
messe a disposizione dell'URSS dopo la siccità che
aveva colpito la Cecoslovacchia nel '47. In realtà
Zorin, che si trattenne fino al 28 febbraio, trasmise a
Gottwald due ordini di Stalin: quello di "essere deciso, non
fare concessioni alla destra e non esitare" e quello di
"chiedere aiuto militare all'URSS" in caso di
necessità (le truppe sovietiche erano stanziate alla
frontiera cecoslovacca-ungherese). Gottwald respinse il
secondo "invito" dicendo che avrebbe spiegato tutto a Stalin
di persona. Zorin consigliò anche Gottwald di "esser
pronto, nelle decisioni da prendere, a possibili violazioni
di alcune leggi e regole costituzionali formali". Anche
l'ambasciatore americano Steinhardt rientrò
precipitosamente nei suoi uffici.
Alla riunione di governo di venerdì 20 febbraio il
ministro degli interni avrebbe dovuto rispondere sulle
pratiche illegali del suo dicastero. Gottwald però
inserì inaspettatamente nel dibattito un nuovo tema
di discussione. I ministri dei tre partiti non comunisti
decisero allora di non partecipare al consiglio dei ministri
finché avessero avuto la garanzia che Nosek si
sarebbe adeguato alle decisioni del governo, finchè
alle 12 il ministro Zenkl annunciò la decisione dei
ministri dimissionari di rassegnare le dimissioni al
presidente della repubblica Benes. Essi erano: tra i
social-nazionali il presidente del partito e vicepremier
Petr Zenkl, il ministro della giustizia Prokop Drtina, il
ministro del commercio estero Hubert Ripka e il ministro
dell'istruzione Jaroslav Stransky; ministri del Partito
popolare: il presidente del partito e vicepremier mons. Jan
Sramek, il ministro delle poste Frantisek Hala, il ministro
della sanità Adolf Prochazka e il ministro delle
tecnologie Jan Kopecky; dal Partito democratico slovacco: il
presidente del partito e vicepremier Stefan Kocvara, il
ministro dei trasporti Ivan Pietor, il ministro
dell'integrazione Mikulas Franek e il segretario di Stato
del ministero della difesa colonnello Jan Lichner. Il
ministro dell'estero Jan Masaryk, a-partitico, si
riservò di decidere, mentre i socialdemocratici Majer
e Lausman non si dimisero. Secondo la logica parlamentare,
avrebbe dovuto dimettersi l'intero governo, ma Gottwald
dichiarò che gli rimanevano ancora 14 ministri e che
era sua intenzione sostituire i dimissionari.
Dalle memorie di
Drtina: "Il problema non fu solamente se fosse giusto
dimettersi, bensì se fosse possibile non farlo e
rimanere ancora nel governo dopo che il premier si era
rifiutato di rispettare la volontà della sua
maggioranza... Cedere al diktat significava
scivolare nella collaborazione. Potevamo lavorare con i
comunisti finché rispettavano i fondamenti dei
principi e la prassi della maggioranza democratica. Nel
momento in cui però cessarono di rispettarli, la
cooperazione era finita. Perciò non ci rimase
altro da fare che uscire dal governo, accadesse quel che
accadesse".
P. Drtina, Ceskoslovensko muj osud, II, Toronto,
1982, p. 592.
La situazione
precipita
Dopo le dimissioni si riunirono le presidenze dei
comitati centrali dei PC rispettivamente a Praga e a
Bratislava. I ministri dimissionari furono definiti
traditori del Programma di governo, sabotatori che
intendevano restaurare il capitalismo e fu rivolto un
appello "al popolo ceco e slovacco" perchè si
compattassero attorno al PC.
Il 21 febbraio Gottwald informò della crisi di
governo la folla radunata in Piazza della Città
vecchia a Praga, definendo pubblicamente i ministri
dimissionari come traditori, e chiese che nelle fabbriche,
negli uffici e nelle scuole, e in tutte le istituzioni si
fondassero i Comitati d'azione del Fronte nazionale. Alla
fine dichiarò l'intenzione di chiedere al presidente
della repubblica di accogliere le dimissioni dei 12
ministri. Il ministro Drtina ricorda come Benes quel giorno
avesse esclamato: "Non siamo ancora arrivati al punto che la
piazza possa decidere se io come presidente debba o non
debba accogliere le dimissioni".
Manifestazioni simili furono organizzate anche in altre
città. Telegrammi e risoluzioni "spontanei" giunsero
al Castello di Praga - sede della presidenza della
repubblica - dai consigli di fabbrica per chiedere al
presidente di accettare le dimissioni. La Milizia
popolare(2) fu mobilitata inizialmente nelle grandi
fabbriche di Praga e Bratislava, e ad essa si aggiunsero
3.500 partigiani slovacchi.
La domenica 22 febbraio a Praga si riunì il congresso
dei Consigli di fabbrica. I delegati, scelti dalle
organizzazioni comuniste, rinnovarono la richiesta che i
"traditori" fossero espulsi dal governo. Quello stesso
giorno i membri della Milizia popolare uscirono dalle
fabbriche e sfilarono per la capitale, armati di fucili e
con la fascia rossa al braccio, cantando "A sinistra, a
sinistra, non un passo indietro!". Il congresso decise di
annunciare uno sciopero generale di un'ora per il 24
febbraio. Intanto i ministri dimissionari venivano pedinati
dalla polizia, che perquisì persino le segreterie dei
loro partiti, fermando alcuni funzionari minori e "trovando"
armi. Per tenere alta la tensione, su ordine del ministro
degli interni furono sorvegliati i ponti, gli edifici
principali, la radio e le poste.
I ministri attendevano un gesto da Benes, rientrato dalla
tenuta presidenziale di Lany. La "Pravda" sovietica, in un
articolo ripreso il giorno dopo dalla stampa comunista
cecoslovacca, scriveva che il governo dell'URSS appoggiava i
passi del Partito comunista cecoslovacco come gesti
importanti nella lotta contro la "reazione internazionale",
e aggiungeva:
"Il gruppo dei
tre partiti - social-nazionale, popolare e democratico -
... che opera su direttive straniere, ha provocato la
crisi di governo e con azioni irresponsabili ha condotto
la repubblica in una situazione pericolosa; ciò
costituisce una minaccia per il suo sviluppo... Tramite
quei ministri dimissionari, la reazione internazionale
cerca di creare una spaccatura nel campo delle democrazie
popolari. Non si possono fare compromessi di fronte a una
simile politica nemica del popolo. Il popolo cecoslovacco
esprime chiaramente questi sentimenti quando esige che
gli agenti della reazione, i nemici del Fronte nazionale,
vengano allontanati dal governo".
("Pravda", Intrighi della reazione internazionale in
Cecoslovacchia, 22.2.1948)
Il 23 febbraio, in
serata, si radunano alcune migliaia di studenti del Partito
nazional-sociale e dopo le 20 decidono di recarsi in corteo
verso il Castello, per manifestare pacificamente il loro
appoggio a Benes il quale, avendo incontrato in giornata i
ministri social-nazionali, aveva dichiarato loro: "L'ho
detto a Gottwald chiaro e tondo: quello che lei sta facendo
è un colpo di stato, un putsch, ma non le
permetto di addossarmene la responsabilità... Quel
che vuole è un'altra Monaco... Se non raggiungeremo
un accordo, abdicherò. Non sarò loro
complice".
Martedì 24 a
mezzogiorno ci fu lo sciopero generale dimostrativo di
un'ora, cui parteciparono o furono costretti a farlo - a
rischio del posto di lavoro - più di due milioni e
mezzo di persone. L'arcivescovo Beran in un volantino si
rivolse "ai cristiani e a tutti gli uomini di buona
volontà" con queste parole: "Stiamo vivendo momenti
critici della nostra storia. Non dubitiamo della buona
volontà di molte personalità del paese e dei
suoi rappresentanti. Come cristiani tuttavia sappiamo che la
buona volontà da sola non basta. Gran parte della
nazione ha deviato dalla fede e dalla morale. Sono
necessarie preghiera, penitenza, e metanoia".
Il "Febbraio
Vittorioso"
Mercoledì
25, nel pieno della crisi, su "Lidova demokracie" si
potevano leggere ancora le parole dell'arcivescovo, che
riportava le parole di una lettera a lui indirizzata in quei
giorni burrascosi, che diceva: "'Non tacere, arcivescovo!
Non devi tacere!'. Ho riflettuto. Non devi tacere! Ma ha
ancora senso parlare e non tacere? Una frana che si stacca
non si può fermarla. È vero, ma la frana
è materia, mentre un movimento [della
società] dipende dalla gente che pensa e
riflette... So che non volete innescare una lotta
fratricida, ma così facendo nemmeno ve ne sottraete.
Riflettete sulla vostra responsabilità!".
Circa 5.000 studenti di vario orientamento politico
espressero solidarietà ai ministri dimissionari
dirigendosi da vari punti della capitale verso il Castello e
scandendo l'inno nazionale e appelli alla democrazia e alla
libertà, per sollecitare Benes a non lasciarsi
intimorire dai comunisti. La polizia intervenne duramente e
fermò il corteo sulla Nerudova, la salita che porta
verso il Castello. Molti studenti furono picchiati, vi
furono dei feriti, e 118 fermati. Benes non ricevette i
pochi che giunsero al Castello.
Lo stesso giorno i comunisti crearono il Comitato centrale
d'azione del Fronte nazionale, allo scopo di "epurare" la
società dagli "elementi reazionari", "rafforzare
l'unità del popolo e garantire il potere politico
della classe operaia". Le epurazioni iniziarono dai posti di
lavoro, spesso in presenza della Milizia popolare.
Di mattina e, successivamente, nel corso della giornata,
Gottwald, Nosek e Zapotocky (presidente dei sindacati)
salirono da Benes a intimargli di accogliere le dimissioni
dei ministri e gli sottoposero la proposta di rimpasto di
governo. Zapotocky minacciò lo sciopero generale e
ventilò addirittura l'ipotesi della guerra civile.
Nelle fabbriche della capitale sono pronti a intervenire
oltre 6.000 membri della Milizia popolare che attendono
armati l'ordine di dirigersi verso il centro cittadino. Una
folla di centomila persone raccolta in piazza San Venceslao
attendeva il risultato delle consultazioni. Alle 16.30 Benes
capitolò, accolse le dimissioni dei ministri e
firmò le nuove nomine. Dal Castello Gottwald scortato
dalla milizia popolare giunse in piazza San Venceslao dove
spiegò
ai militanti che
il presidente aveva accolto le dimissioni dei ministri
"traditori" e che si era schierato "col popolo". La sera
stessa, mentre la Milizia popolare pattugliava le vie della
capitale, i comunisti elaborarono un programma di
"rinnovamento del Fronte nazionale".
GALLERIA
IMMAGINI:
L'epilogo
Il
cosiddetto giorno "della vittoria del popolo lavoratore
sulla borghesia e sulla reazione" è il culmine del
colpo di Stato con cui fu imposta la dittatura comunista, fu
liquidato il sistema parlamentare democratico e la
Cecoslovacchia entrò definitivamente nell'orbita
sovietica. Il febbraio
cecoslovacco è un esempio di come sia possibile
prendere il potere da parte di un partito sfruttando
posizioni politiche, nonostante
l'anticostituzionalità della Milizia popolare,
l'illegalità costituita dalle perquisizioni della
polizia nelle segreterie dei partiti non comunisti, dagli
interventi nelle loro tipografie e organi di stampa;
illegale fu impedire l'accesso dei ministri dimissionari nei
loro uffici e occuparne gli edifici con la
Milizia.
"Il presidente
Benes, impotente e ormai indebolito, accolse le
dimissioni dei ministri democratici... Il febbraio 1948
gettò il paese nella sciagura. Il putsch
comunista, definito dai suoi artefici Febbraio
vittorioso, privò i cittadini delle
libertà, fu causa di innumerevoli disgrazie e di
tragedie personali, per un'intera epoca significò
la fine della speranza nello sviluppo democratico della
repubblica, fu l'inizio della rovina generale e della
devastazione economica del nostro stato".
(V. Havel, dal Discorso ai partecipanti alla riunione
degli ex detenuti politici, Castello di Praga, 24
febbraio 1998)
Eppure c'è
ancora qualcuno che, anche in Occidente, continua a
sostenere, spaccando il capello in quattro e togliendo dal
cilindro mirabolanti fonti alternative moderne,
progressiste, "de noantri" insomma, che non fu un vero e
proprio colpo di Stato. Chi la pensa così fa parte di
quegli ingenui che ancora definiscono il colpo di stato
bolscevico del 1917 in Russia come "rivoluzione d'ottobre".
Forse che per essere un colpo di stato "doc" era necessario
arrivare allo spargimento di sangue? Una popolazione
stremata dalla guerra si ritrovò minacciata dagli
ex-partigiani, con la inquietante ombra dell'esercito
sovietico ai confini.
L'11 marzo il parlamento approvò, con 11 deputati che
abbandonarono l'aula, la dichiarazione programmatica del
nuovo governo Gottwald. Il nuovo governo si presentò
al parlamento ricevendo 240 voti a favore su 300.
Il 9 maggio fu annunciata la nuova Costituzione
ma Benes - in un ultimo scatto di orgoglio e già
gravemente malato - si rifiutò di firmarla.
Così entrò in vigore solo il 14 luglio firmata
dal nuovo presidente Gottwald (premier era Zapotocky). Al 30
maggio, alle elezioni parlamentari con un'unica lista del
Fronte nazionale, era possibile esprimere voto contrario
solamente votando scheda bianca (10%).
I socialdemocratici furono assorbiti nel PC, i
socialnazionali subirono repressioni e da mezzo milione di
aderenti il partito si ridusse a pochi funzionari locali;
dal Partito popolare uscirono o furono allontanati circa
200.000 membri, ma la nuova gestione era filocomunista e
anticlericale, dalle sue fila uscì il ministro della
sanità l'abortista reverendo Plojhar. In Slovacchia
il Partito democratico fu liquidato.
"Al termine della
seconda guerra mondiale crebbe l'autorità del
Partito, che si era dimostrato, nella lotta contro il
fascismo e per la difesa della repubblica, l'unica forza
coerente capace di battersi per gli interessi di classe,
sociali e nazionali dei lavoratori... Dopo la liberazione
della nostra patria grazie all'Armata rossa, alla classe
operaia e agli altri lavoratori si offrì la
possibilità di vincere la lotta per la liberazione
sociale e nazionale del popolo cecoslovacco... Il
Partito, con rapidità ed efficacia,
organizzò il contrattacco guidando la classe
operaia, i contadini e i rimanenti ceti lavoratori... La
vittoria di febbraio rappresentò l'apice della
rivoluzione nazionale e democratica, il compiersi della
lotta rivoluzionaria della classe operaia
nell'introduzione definitiva alla via socialista".
Conclusioni tratte dallo sviluppo della crisi nel
Partito e nella società dopo il XIII congresso del
PC, marzo 1971.
NOTE
1. Blocco composto da vari partiti creato nel marzo 1945 dai
rappresentanti delle forze democratiche antifasciste del
governo cecoslovacco in esilio a Londra e a Mosca durante la
II guerra mondiale, per ripristinare l'unità
nazionale alla fine del conflitto. Mentre i partiti
democratici lo interpretarono come autentica coalizione
politica, il PC dopo il 1948 lo sfruttò per fini
egemonici facendone il paravento in cui far confluire quel
che rimaneva degli altri partiti.
2. Su esempio sovietico, i comunisti nel maggio 1945
crearono la Milizia popolare: erano gruppi di operai e
tesserati comunisti armati, col compito di "difendere" le
fabbriche contro il "nemico di classe". Si trattava in
sostanza di una forza armata illegale parallela, capace di
un notevole influsso psicologico sulla popolazione. Uniformi
e armi erano conservate direttamente in fabbrica. Gli
interventi più famigerati furono le repressioni delle
manifestazioni operaie a Brno (1951), a Plzen (1953, contro
gli operai della Skoda), nell'agosto 1969 e nel novembre
'89. Nel dicembre 1989 la MP è stata sciolta, le armi
consegnate all'esercito. Nessuno dei suoi 84.821 membri
è finito sotto processo.
FONTI:
-V. Vasko, Neumlcena..., I, pp. 239 ss.
- V. Precan, Unorovy prevrat 1948 v Ceskoslovensku v
mezinarodnim kontextu..., Essen 2008.
- www.totalita.cz
- www.vitaznyfebruar.sk
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