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1948-2008: a sessant'anni dal colpo di stato comunista cecoslovacco

Scriveva il teologo ceco Josef Zverina: "Nel '45 in Cecoslovacchia arrivò la liberazione, ma non la libertà. Il trionfalismo del Partito comunista fu mostruoso e sfacciato". I comunisti, non essendo mai stati al governo prima della guerra, si presentarono all'opinione pubblica come i "puri" che non avevano alcuna responsabilità per i patti di Monaco del 1938 (cui era seguita l'occupazione nazista del paese), e si misero al fianco dell'Armata Rossa che aveva liberato parte del paese. All'indomani delle prime elezioni del dopoguerra (26 maggio 1946), i Partiti comunisti - rispettivamente ceco e slovacco - occupavano la maggioranza di seggi in parlamento: avevano infatti ottenuto il 40,17% dei voti in Boemia-Moravia, vincendo le elezioni (93 seggi), e il 30,37% in Slovacchia (21 seggi), dietro il Partito democratico (62%, 43 seggi). Inoltre in Boemia-Moravia, dietro ai comunisti si erano attestati il Partito social-nazionale col 23,66% (55 seggi), il Partito popolare col 20,24% (46 seggi), il Partito socialdemocratico col 15,58% (37 seggi). In Slovacchia infine il Partito della libertà aveva ottenuto il 3,73% (3 seggi) e il Partito del lavoro il 3,11% (2 seggi). Tutto ciò non deve stupire dato che tutti i partiti presenti nel Fronte nazionale (1) in politica estera erano orientati verso l'amicizia con l'URSS: nel Programmma di Kosice dell'aprile 1945 che avrebbe dovuto indicare le linee-guida per il rinnovamento nazionale del dopoguerra, tutte le formazioni politiche avevano dichiarato: "Il governo agirà in coordinamento con l'URSS in tutti gli ambiti: militare, politico, economico e culturale". Il PC fece di tutto per ottenere dei ministeri "forti" nel governo: ebbero così il premier, Gottwald, il ministero dell'informazione (Kopecky) e soprattutto gli interni (Nosek). La creazione del nuovo Corpo di pubblica sicurezza (SNB) nel luglio 1947 avvenne in modo che il PC impose propri rappresentanti a tutti i livelli dell'apparato di sicurezza, compresi informatori e infiltrati nelle altre formazioni politiche. Si veda ad esempio l'interrogazione al governo (2 febbraio 1948) di alcuni deputati in merito alla sostituzione di funzionari non comunisti dell'SNB da posti di comando. La fine dell'anno 1947 fu caratterizzata da crescenti tensioni fra ministri non comunisti e comunisti, i quali ultimi cercavano di far passare provvedimenti importanti senza sottoporli all'esame della coalizione e senza discuterli in parlamento, bensì agendo direttamente tramite i propri ministri. Sotto la pressione del Kominform i comunisti cecoslovacchi decisero di prendere il potere tendenzialmente senza provocare una lotta fratricida. Nel nascente blocco orientale, la Cecoslovacchia rimaneva ancora uno Stato relativamente democratico benchè il sistema parlamentare stesse ormai cessando di funzionare appieno. Le forze democratiche si trovavano impotenti a fronteggiare le illegalità degli organi del "potere popolare" che si muovevano al di fuori degli strumenti parlamentari, manovravano i sindacati e in Slovacchia potevano disporre dell'aiuto armato dei partigiani.

Verso il Febbraio
Il 13 febbraio 1948, d'accordo con i rappresentanti dei partiti non comunisti (social-nazionali, popolari, democratici), il ministro della giustizia Drtina fece una comunicazione urgente sulle illegalità compiute dagli organi del Ministero degli interni. Il premier Gottwald cercò di rinviare il dibattito in assenza del ministro Nosek. I ministri non comunisti stavano per accettare il rinvio, quando giunse la notizia che il comandante regionale del Corpo di sicurezza nazionale aveva appena dato l'ordine di esonerare 8 comandanti non appartenenti al PC dell'SNB praghese. Dopo un'accesa discussione il governo - tranne i comunisti - dispose che per gli 8 comandanti rimanessero al loro posto fino a una successiva decisione delle autorità. Il ministro Nosek non rispettò però questa decisione e nuovamente alla successiva riunione di governo (17 febbraio) non si presentò. I ministri non comunisti protestarono e si rifiutarono di continuare la seduta finché non avessero ricevuto garanzie che Nosek si sarebbe sottomesso alle decisioni prese il 13 febbraio. Gottwald reagì chiedendo il rinvio del dibattito al 20 ma, non avendo ottenuto consenso, abbandonò l'aula definendo la decisione un atto di "sabotaggio" e un "complotto anticomunista". La presidenza del PC diffuse una presa di posizione in cui si invitata "il popolo lavoratore" a prepararsi ad intervenire contro la "reazione"; fu allertata anche la polizia della capitale. Il giorno dopo i rappresentanti dei tre partiti non comunisti decisero di boicottare la successiva riunione di governo finché non sarebbe stata accolta la disposizione del 13 febbraio. L'incaricato sovietico a Praga Michail Bodrov, dopo un colloquio con Gottwald comunicò a Mosca che le intenzioni del premier cecoslovacco erano di "prendere il potere nel paese con la forza con l'aiuto del Ministero degli interni e della maggior parte delle forze armate e farla finita con la reazione"
Il 19 febbraio fu un giorno di intensi colloqui: i ministri non comunisti avevano deciso di dimettersi ed ottennero l'appoggio dei socialdemocratici. Nel frattempo il precipitare della crisi mise in allarme anche l'URSS: il viceministro degli esteri sovietico Valerian Zorin (primo ambasciatore in Cecoslovacchia negli anni 1945-47) volò a Praga, teoricamente per controllare se venivano rispettati gli accordi sulle forniture di cereali messe a disposizione dell'URSS dopo la siccità che aveva colpito la Cecoslovacchia nel '47. In realtà Zorin, che si trattenne fino al 28 febbraio, trasmise a Gottwald due ordini di Stalin: quello di "essere deciso, non fare concessioni alla destra e non esitare" e quello di "chiedere aiuto militare all'URSS" in caso di necessità (le truppe sovietiche erano stanziate alla frontiera cecoslovacca-ungherese). Gottwald respinse il secondo "invito" dicendo che avrebbe spiegato tutto a Stalin di persona. Zorin consigliò anche Gottwald di "esser pronto, nelle decisioni da prendere, a possibili violazioni di alcune leggi e regole costituzionali formali". Anche l'ambasciatore americano Steinhardt rientrò precipitosamente nei suoi uffici.
Alla riunione di governo di venerdì 20 febbraio il ministro degli interni avrebbe dovuto rispondere sulle pratiche illegali del suo dicastero. Gottwald però inserì inaspettatamente nel dibattito un nuovo tema di discussione. I ministri dei tre partiti non comunisti decisero allora di non partecipare al consiglio dei ministri finché avessero avuto la garanzia che Nosek si sarebbe adeguato alle decisioni del governo, finchè alle 12 il ministro Zenkl annunciò la decisione dei ministri dimissionari di rassegnare le dimissioni al presidente della repubblica Benes. Essi erano: tra i social-nazionali il presidente del partito e vicepremier Petr Zenkl, il ministro della giustizia Prokop Drtina, il ministro del commercio estero Hubert Ripka e il ministro dell'istruzione Jaroslav Stransky; ministri del Partito popolare: il presidente del partito e vicepremier mons. Jan Sramek, il ministro delle poste Frantisek Hala, il ministro della sanità Adolf Prochazka e il ministro delle tecnologie Jan Kopecky; dal Partito democratico slovacco: il presidente del partito e vicepremier Stefan Kocvara, il ministro dei trasporti Ivan Pietor, il ministro dell'integrazione Mikulas Franek e il segretario di Stato del ministero della difesa colonnello Jan Lichner. Il ministro dell'estero Jan Masaryk, a-partitico, si riservò di decidere, mentre i socialdemocratici Majer e Lausman non si dimisero. Secondo la logica parlamentare, avrebbe dovuto dimettersi l'intero governo, ma Gottwald dichiarò che gli rimanevano ancora 14 ministri e che era sua intenzione sostituire i dimissionari.

Dalle memorie di Drtina: "Il problema non fu solamente se fosse giusto dimettersi, bensì se fosse possibile non farlo e rimanere ancora nel governo dopo che il premier si era rifiutato di rispettare la volontà della sua maggioranza... Cedere al diktat significava scivolare nella collaborazione. Potevamo lavorare con i comunisti finché rispettavano i fondamenti dei principi e la prassi della maggioranza democratica. Nel momento in cui però cessarono di rispettarli, la cooperazione era finita. Perciò non ci rimase altro da fare che uscire dal governo, accadesse quel che accadesse".
P. Drtina, Ceskoslovensko muj osud, II, Toronto, 1982, p. 592.

 

La situazione precipita
Dopo le dimissioni si riunirono le presidenze dei comitati centrali dei PC rispettivamente a Praga e a Bratislava. I ministri dimissionari furono definiti traditori del Programma di governo, sabotatori che intendevano restaurare il capitalismo e fu rivolto un appello "al popolo ceco e slovacco" perchè si compattassero attorno al PC.
Il 21 febbraio Gottwald informò della crisi di governo la folla radunata in Piazza della Città vecchia a Praga, definendo pubblicamente i ministri dimissionari come traditori, e chiese che nelle fabbriche, negli uffici e nelle scuole, e in tutte le istituzioni si fondassero i Comitati d'azione del Fronte nazionale. Alla fine dichiarò l'intenzione di chiedere al presidente della repubblica di accogliere le dimissioni dei 12 ministri. Il ministro Drtina ricorda come Benes quel giorno avesse esclamato: "Non siamo ancora arrivati al punto che la piazza possa decidere se io come presidente debba o non debba accogliere le dimissioni".
Manifestazioni simili furono organizzate anche in altre città. Telegrammi e risoluzioni "spontanei" giunsero al Castello di Praga - sede della presidenza della repubblica - dai consigli di fabbrica per chiedere al presidente di accettare le dimissioni. La Milizia popolare(2) fu mobilitata inizialmente nelle grandi fabbriche di Praga e Bratislava, e ad essa si aggiunsero 3.500 partigiani slovacchi.
La domenica 22 febbraio a Praga si riunì il congresso dei Consigli di fabbrica. I delegati, scelti dalle organizzazioni comuniste, rinnovarono la richiesta che i "traditori" fossero espulsi dal governo. Quello stesso giorno i membri della Milizia popolare uscirono dalle fabbriche e sfilarono per la capitale, armati di fucili e con la fascia rossa al braccio, cantando "A sinistra, a sinistra, non un passo indietro!". Il congresso decise di annunciare uno sciopero generale di un'ora per il 24 febbraio. Intanto i ministri dimissionari venivano pedinati dalla polizia, che perquisì persino le segreterie dei loro partiti, fermando alcuni funzionari minori e "trovando" armi. Per tenere alta la tensione, su ordine del ministro degli interni furono sorvegliati i ponti, gli edifici principali, la radio e le poste.
I ministri attendevano un gesto da Benes, rientrato dalla tenuta presidenziale di Lany. La "Pravda" sovietica, in un articolo ripreso il giorno dopo dalla stampa comunista cecoslovacca, scriveva che il governo dell'URSS appoggiava i passi del Partito comunista cecoslovacco come gesti importanti nella lotta contro la "reazione internazionale", e aggiungeva:

"Il gruppo dei tre partiti - social-nazionale, popolare e democratico - ... che opera su direttive straniere, ha provocato la crisi di governo e con azioni irresponsabili ha condotto la repubblica in una situazione pericolosa; ciò costituisce una minaccia per il suo sviluppo... Tramite quei ministri dimissionari, la reazione internazionale cerca di creare una spaccatura nel campo delle democrazie popolari. Non si possono fare compromessi di fronte a una simile politica nemica del popolo. Il popolo cecoslovacco esprime chiaramente questi sentimenti quando esige che gli agenti della reazione, i nemici del Fronte nazionale, vengano allontanati dal governo".
("Pravda", Intrighi della reazione internazionale in Cecoslovacchia, 22.2.1948)

 Il 23 febbraio, in serata, si radunano alcune migliaia di studenti del Partito nazional-sociale e dopo le 20 decidono di recarsi in corteo verso il Castello, per manifestare pacificamente il loro appoggio a Benes il quale, avendo incontrato in giornata i ministri social-nazionali, aveva dichiarato loro: "L'ho detto a Gottwald chiaro e tondo: quello che lei sta facendo è un colpo di stato, un putsch, ma non le permetto di addossarmene la responsabilità... Quel che vuole è un'altra Monaco... Se non raggiungeremo un accordo, abdicherò. Non sarò loro complice".
Martedì 24 a mezzogiorno ci fu lo sciopero generale dimostrativo di un'ora, cui parteciparono o furono costretti a farlo - a rischio del posto di lavoro - più di due milioni e mezzo di persone. L'arcivescovo Beran in un volantino si rivolse "ai cristiani e a tutti gli uomini di buona volontà" con queste parole: "Stiamo vivendo momenti critici della nostra storia. Non dubitiamo della buona volontà di molte personalità del paese e dei suoi rappresentanti. Come cristiani tuttavia sappiamo che la buona volontà da sola non basta. Gran parte della nazione ha deviato dalla fede e dalla morale. Sono necessarie preghiera, penitenza, e metanoia".

 Il "Febbraio Vittorioso"
Mercoledì 25, nel pieno della crisi, su "Lidova demokracie" si potevano leggere ancora le parole dell'arcivescovo, che riportava le parole di una lettera a lui indirizzata in quei giorni burrascosi, che diceva: "'Non tacere, arcivescovo! Non devi tacere!'. Ho riflettuto. Non devi tacere! Ma ha ancora senso parlare e non tacere? Una frana che si stacca non si può fermarla. È vero, ma la frana è materia, mentre un movimento [della società] dipende dalla gente che pensa e riflette... So che non volete innescare una lotta fratricida, ma così facendo nemmeno ve ne sottraete. Riflettete sulla vostra responsabilità!".
Circa 5.000 studenti di vario orientamento politico espressero solidarietà ai ministri dimissionari dirigendosi da vari punti della capitale verso il Castello e scandendo l'inno nazionale e appelli alla democrazia e alla libertà, per sollecitare Benes a non lasciarsi intimorire dai comunisti. La polizia intervenne duramente e fermò il corteo sulla Nerudova, la salita che porta verso il Castello. Molti studenti furono picchiati, vi furono dei feriti, e 118 fermati. Benes non ricevette i pochi che giunsero al Castello.
Lo stesso giorno i comunisti crearono il Comitato centrale d'azione del Fronte nazionale, allo scopo di "epurare" la società dagli "elementi reazionari", "rafforzare l'unità del popolo e garantire il potere politico della classe operaia". Le epurazioni iniziarono dai posti di lavoro, spesso in presenza della Milizia popolare.
Di mattina e, successivamente, nel corso della giornata, Gottwald, Nosek e Zapotocky (presidente dei sindacati) salirono da Benes a intimargli di accogliere le dimissioni dei ministri e gli sottoposero la proposta di rimpasto di governo. Zapotocky minacciò lo sciopero generale e ventilò addirittura l'ipotesi della guerra civile. Nelle fabbriche della capitale sono pronti a intervenire oltre 6.000 membri della Milizia popolare che attendono armati l'ordine di dirigersi verso il centro cittadino. Una folla di centomila persone raccolta in piazza San Venceslao attendeva il risultato delle consultazioni. Alle 16.30 Benes capitolò, accolse le dimissioni dei ministri e firmò le nuove nomine. Dal Castello Gottwald scortato dalla milizia popolare giunse in piazza San Venceslao dove
spiegò ai militanti che il presidente aveva accolto le dimissioni dei ministri "traditori" e che si era schierato "col popolo". La sera stessa, mentre la Milizia popolare pattugliava le vie della capitale, i comunisti elaborarono un programma di "rinnovamento del Fronte nazionale". 


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L'epilogo
Il cosiddetto giorno "della vittoria del popolo lavoratore sulla borghesia e sulla reazione" è il culmine del colpo di Stato con cui fu imposta la dittatura comunista, fu liquidato il sistema parlamentare democratico e la Cecoslovacchia entrò definitivamente nell'orbita sovietica. Il febbraio cecoslovacco è un esempio di come sia possibile prendere il potere da parte di un partito sfruttando posizioni politiche, nonostante l'anticostituzionalità della Milizia popolare, l'illegalità costituita dalle perquisizioni della polizia nelle segreterie dei partiti non comunisti, dagli interventi nelle loro tipografie e organi di stampa; illegale fu impedire l'accesso dei ministri dimissionari nei loro uffici e occuparne gli edifici con la Milizia. 

"Il presidente Benes, impotente e ormai indebolito, accolse le dimissioni dei ministri democratici... Il febbraio 1948 gettò il paese nella sciagura. Il putsch comunista, definito dai suoi artefici Febbraio vittorioso, privò i cittadini delle libertà, fu causa di innumerevoli disgrazie e di tragedie personali, per un'intera epoca significò la fine della speranza nello sviluppo democratico della repubblica, fu l'inizio della rovina generale e della devastazione economica del nostro stato".
(V. Havel, dal Discorso ai partecipanti alla riunione degli ex detenuti politici, Castello di Praga, 24 febbraio 1998)

 Eppure c'è ancora qualcuno che, anche in Occidente, continua a sostenere, spaccando il capello in quattro e togliendo dal cilindro mirabolanti fonti alternative moderne, progressiste, "de noantri" insomma, che non fu un vero e proprio colpo di Stato. Chi la pensa così fa parte di quegli ingenui che ancora definiscono il colpo di stato bolscevico del 1917 in Russia come "rivoluzione d'ottobre". Forse che per essere un colpo di stato "doc" era necessario arrivare allo spargimento di sangue? Una popolazione stremata dalla guerra si ritrovò minacciata dagli ex-partigiani, con la inquietante ombra dell'esercito sovietico ai confini.
L'11 marzo il parlamento approvò, con 11 deputati che abbandonarono l'aula, la dichiarazione programmatica del nuovo governo Gottwald. Il nuovo governo si presentò al parlamento ricevendo 240 voti a favore su 300.
Il 9 maggio fu annunciata la nuova
Costituzione ma Benes - in un ultimo scatto di orgoglio e già gravemente malato - si rifiutò di firmarla. Così entrò in vigore solo il 14 luglio firmata dal nuovo presidente Gottwald (premier era Zapotocky). Al 30 maggio, alle elezioni parlamentari con un'unica lista del Fronte nazionale, era possibile esprimere voto contrario solamente votando scheda bianca (10%).
I socialdemocratici furono assorbiti nel PC, i socialnazionali subirono repressioni e da mezzo milione di aderenti il partito si ridusse a pochi funzionari locali; dal Partito popolare uscirono o furono allontanati circa 200.000 membri, ma la nuova gestione era filocomunista e anticlericale, dalle sue fila uscì il ministro della sanità l'abortista reverendo Plojhar. In Slovacchia il Partito democratico fu liquidato.
 

"Al termine della seconda guerra mondiale crebbe l'autorità del Partito, che si era dimostrato, nella lotta contro il fascismo e per la difesa della repubblica, l'unica forza coerente capace di battersi per gli interessi di classe, sociali e nazionali dei lavoratori... Dopo la liberazione della nostra patria grazie all'Armata rossa, alla classe operaia e agli altri lavoratori si offrì la possibilità di vincere la lotta per la liberazione sociale e nazionale del popolo cecoslovacco... Il Partito, con rapidità ed efficacia, organizzò il contrattacco guidando la classe operaia, i contadini e i rimanenti ceti lavoratori... La vittoria di febbraio rappresentò l'apice della rivoluzione nazionale e democratica, il compiersi della lotta rivoluzionaria della classe operaia nell'introduzione definitiva alla via socialista".
Conclusioni tratte dallo sviluppo della crisi nel Partito e nella società dopo il XIII congresso del PC, marzo 1971.

NOTE
1. Blocco composto da vari partiti creato nel marzo 1945 dai rappresentanti delle forze democratiche antifasciste del governo cecoslovacco in esilio a Londra e a Mosca durante la II guerra mondiale, per ripristinare l'unità nazionale alla fine del conflitto. Mentre i partiti democratici lo interpretarono come autentica coalizione politica, il PC dopo il 1948 lo sfruttò per fini egemonici facendone il paravento in cui far confluire quel che rimaneva degli altri partiti.
2. Su esempio sovietico, i comunisti nel maggio 1945 crearono la Milizia popolare: erano gruppi di operai e tesserati comunisti armati, col compito di "difendere" le fabbriche contro il "nemico di classe". Si trattava in sostanza di una forza armata illegale parallela, capace di un notevole influsso psicologico sulla popolazione. Uniformi e armi erano conservate direttamente in fabbrica. Gli interventi più famigerati furono le repressioni delle manifestazioni operaie a Brno (1951), a Plzen (1953, contro gli operai della Skoda), nell'agosto 1969 e nel novembre '89. Nel dicembre 1989 la MP è stata sciolta, le armi consegnate all'esercito. Nessuno dei suoi 84.821 membri è finito sotto processo.

FONTI:
-V. Vasko, Neumlcena..., I, pp. 239 ss.
- V. Precan, Unorovy prevrat 1948 v Ceskoslovensku v mezinarodnim kontextu..., Essen 2008.
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www.totalita.cz
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www.vitaznyfebruar.sk