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L'uranio nel dopoguerra

L'utilizzo dei prigionieri

Il campo di Vojna

Condizioni di vita

Il bunker

Il Museo-memoriale

Visita al Museo-memoriale

Bibliografia



:: LE CONDIZIONI DI VITA - dalle testimonianze
Le condizioni di vita dei detenuti variavano a seconda della situazione politica e della linea adottata dalla direzione del campo. Perciò sono fondamentali le testimonianze dei sopravvissuti, imprigionati in vari periodi. In genere, la sveglia era alle 6.30, la ritirata alle 21 (in inverno alle 20). Gli operai nei cantieri all'aperto lavoravano dalle 8 alle 16, mentre in miniera si lavorava in 3 turni: i minatori del primo turno si alzavano alle 4.45, quelli del turno pomeridiano rientravano alle 23, quelli del turno di notte rientravano alle 7. Le miniere Vojna I e II erano nel perimetro del campo, quella di Kamenna invece era situata a circa 1 km, e i prigionieri vi erano condotti lungo un corridoio recintato col filo spinato. Nel periodo 1951-1954 lavorava sottoterra il 50% dei detenuti. I detenuti venivano contati all'appello ch si svolgeva tre volte al giorno, alle 7, alle 12.30 e alle 18; nel '54 l'appello del mezzogiorno fu abolito. Il riposo era solo di domenica, nelle festività statali e il 7 settembre, giorno del Minatore. In inverno dovevano però spalare la neve anche nei giorni liberi. Solo chi eseguiva la norma al 100% aveva la possibilità di ricevere visite dei parenti più prossimi; fino al 1955 le visite dovevano durare al massimo 12 minuti, poi prolungate a 20, i colloqui tra parenti e detenuti si svolgevano in piedi, attraverso una rete fitta, e solo successivamente seduti, sotto sorveglianza.
Così sappiamo che all'inizio degli anni '50 la biancheria veniva cambiata una volta al mese, e i detenuti dovevano tenersi addosso gli abiti sporchi sia al lavoro che a riposo. "I maglioni che per ci avrebbero protetti durante i mesi invernali ci venivano tolti, perciò non avevamo addosso altro che i giacconi, sia nel campo che in miniera. Questo provocava molte malattie ed era un trattamento disumano". Gli appelli si svolgevano 3 volte al giorno, "lunghissimi, costituivano una gran perdita di tempo che si sarebbe potuto impiegare per la lettura, per passatempi o per riposare... Nei mesi invernali a causa di questi appelli ci si ammalava. Alcune guardie non presenziavano nemmeno... ... In primavera fu indetta una gara per la miglior sistemazione del campo, e vi partecipammo tutti. Davanti alle baracche furono impiantati giardinetti con fiori. Fu costruita una strada all'interno del recinto, e campetti di pallone, pallavolo e basket, ma non li potemmo mai usare, chissà perchè " (F. Horak).
Nel periodo 1956-58 le baracche erano costruite in legno e ospitavano 18 detenuti, che dormivano su letti a due piani. All'interno delle baracche c'era una stufetta per l'inverno, e in fondo alla baracca esisteva un locale adibito a bagno con solo acqua fredda anche per le docce. Nel tempo "libero" le brigate "volontarie" sistemavano la ghiaia attorno al campo.
Josef Vacha, detenuto dal 1958 al '59, ricorda invece "24 detenuti per baracca. Chi lavorava nei cantieri fuori dal campo* aveva la sveglia alle 6, faceva colazione con pane e caffè nero, e poi via con gli autobus al cantiere, con mani davanti e testa abbassata durante il viaggio. Nel pomeriggio, dopo l'appello, avevamo tempo per scrivere o passeggiare nel campo, e alle 22 tutti nelle baracche. Il campo di sera e di notte era illuminato. Vi erano tre recinzioni: un primo perimetro di filo spinato alto 2 m, seguito da una striscia di sabbia ben rastrellata per poter individuare eventuali orme, poi un secondo recinto di 3 m di rete metallica spinata, poi un corridoio e un'altra recinzione alta sempre 3 m e sempre spinata".
Alois Paldan ricorda la presenza di "orti per la cucina, dove si coltivavano anche fiori che i detenuti potevano comprare e donare ai parenti in visita".
Ladislav Vavrouch fu rinchiuso a Vojna dal novembre 1951 all'aprile 1958. Egli ricorda che le baracche del campo erano migliori di quelle dei campi di Jachymov, e non c'erano insetti. Il numero dei letti nelle camerate dipendeva dalla collocazione della stufa: se era all'ingresso, c'era posto per 8 letti a castello per 16 detenuti; se posizionata in un angolo, invece, essa escludeva un letto e in questo caso vi dormivano 14 detenuti. I letti a castello erano disposti due centralmente e le altre due coppie contro le pareti, in modo da formare due piccoli corridoi fra i letti e far posto al tavolo in mezzo al locale, con due panchine. Di notte la baracca era illuminata da una lampadina senza paralume. I detenuti dormivano su pagliericci, avevano due coperte ma d'inverno chi dormiva in alto doveva crearsi una specie di sacco a pelo sfruttando anche le pagine dei giornali - in primo luogo il Rudé Právo - perchè dal tetto filtrava la pioggia o la neve. Le pareti erano spoglie. La mattina dovevano rifarsi il letto; avevano una mensola per gli oggetti personali. Il pavimento era rivestito di assi su cui era steso un lubrificante dalla miniera che lo rendeva più scuro e meno sporchevole; una volta a settimana era pulito a turno. Una baracca più piccola serviva nel campo da servizi igienici, ed era suddivisa in due locali: nel primo c'era il gabinetto alla turca, nel secondo il bagno con lavandini metallici e acqua fredda. In inverno era riscaldata per evitare che l'acqua gelasse; alcuni detenuti vi facevano anche da mangiare. Nel locale bagno c'era anche un boiler per produrre acqua calda usata per lavare le stoviglie; altrove l'acqua calda era presente solo in una baracca speciale dove si facevano asciugare gli abiti di lavoro. Vavrouch ricorda che d'inverno che non si pativa troppo freddo all'interno delle baracche, e che i secondini chiudevano un occhio se i detenuti introducevano nel campo legna o carbone perchè potevano servirsene anche loro. Quando faceva molto freddo riscaldavano anche di notte. Ovviamente i più fortunati erano i detenuti che avevano il letto vicino alla stufetta se questa era posizionata in un angolo della camerata.La cucina, la cantina e la mensa erano collegate; nella mensa c'erano delle tavolate lunghe. I detenuti avevano a disposizione due tazzine, una ciotola più grande e un cucchiaio, rigorosamente d'alluminio; la colazione non era annunciata: dopo la sveglia, il detenuto andava in mensa a prendere il caffè.
Antonin Axamit fu richiuso a Vojna dal '55 al '59. Egli ricorda che per ottenere le visite dei parenti (permesse 1 volta ogni 6 mesi) occorreva eseguire la norma di lavoro non meno del 100%. Le lettere venivano censurate e quelle in uscita rimanevano in attesa anche 10-20 giorni. Ad Axamit non permisero neppure di partecipare al funerale della madre. "Sono sopravvissuto agli anni di carcere e di campo grazie alla fede in Dio e all'aiuto della Vergine Maria. Nel campo era stato creato un gruppetto clandestino, leggevano testi cristiani introdotti dall'esterno, nascosti ad esempio sotto il pavimento di legno. I preti celebrano di nascosto": in cantina, dove sbucciavano le patate e preparavano la verdura per il rancio, avevano sistemato un piccolo altare nascosto da una tavola della parete che veniva rimossa per l'uso, mentre uno del gruppetto stava di guardia. Riuscivano anche a consacrare l'Eucarestia con le ostie che venivano introdotte nel campo tramite qualche credente fra il personale civile che lavorava nel campo. Avevano un fondo comune costituito dal 10% del loro stipendio che versavano per i detenuti in difficoltà, per i nuovi venuti o gli ammalati; al fondo partecipavano anche non credenti.
Dall'ispezione eseguita da funzionari per la sicurezza del Comitato locale, 20 aprile 1950: "… siamo stati sorpresi di avervi trovato in maggioranza operai, specialmente giovani, rinchiusi per aver violato l'etica del lavoro… [Il campo] fa un'impressione cupa e mi pare che sia stata usata una quantità esagerata di filo spinato… Le torrette di guardia devono necessariamente suscitare l'impressione dei campi di concentramento tedeschi… Dalle latrine i liquami scorrono con un largo flusso fino al posto dove si diffonde un odore nauseante… I locali sono sovraffollati… La puzza che emanano gli abiti di lavoro rende l'aria nei locali irrespirabile… È un puro caso che non scoppino malattie infettive… Durante la nostra ispezione veniva dato all'ora di pranzo del gulas col riso, ma era semplicemente immangiabile… Anche i funzionari del corpo di guardia devono soffrire e le loro condizioni di alloggio si discostano di poco dalle condizioni degli ospiti… Le persone per le quali [questi campi] sono stati pensati, ossia i capitalisti, gli speculatori ecc., qui ottengono lavori d'ufficio, mentre gli operai vanno semplicemente al lavoro. Non c'è dunque da meravigliarsi che i compagni addetti all'ispezione abbiano constatato che alcuni dei compagni che sono passati dai campi di concentramento nazisti durante l'occupazione, dichiarano che campi così fatiscenti in Germania non esistevano".

* Per la costruzione di edifici o interi quartieri cittadini.

Il salario

Dal 1° agosto 1946 i detenuti ricevevano 2 corone al giorno per il loro lavoro. All'epoca, 1 litro di birra costava 6 corone, 1 sigaretta 1 corona. Se superavano la norma di lavoro, i detenuti ottenevano benefìci altrimenti si vedevano diminuire le razioni di cibo e dovevano recuperare con altre ore. Secondo accordi del '49 fra il Ministero degli interni e la Direzione delle miniere di Jachymov, lo stipendio era versato alla Direzione dei campi; successivamente si decise che lo spazio abitativo di 3-4 mq a testa per ogni detenuto venisse affittato dalle Miniere al Ministero degli interni per 2 corone a persona al giorno. La Direzione dei campi di lavoro tratteneva una parte dello stipendio per vitto e alloggio, un'altra era inviata alla famiglia del recluso, un'altra ancora gli veniva consegnata direttamente per le spese spicciole e infine una parte era versata nel conto deposito che riceva al termine della pena. La paga media mensile per chi lavorava in superficie nel 1955 era di circa 1.400 corone, di 3400-3800 corone in miniera, ma solo se la norma veniva rispettata al 100%; nel 1960 la media salariale mensile era di 1526 corone, che saliva a 2084 per chi lavorava nei pozzi minerari.

Il cibo
Razione quotidiana al 31 luglio 1947 per detenuto:

Genere alimentare
fino al 100% della norma
dal 100 al 110%
oltre il 110%

pane

430 g

540 g

600g

farina bianca

-

-

40 g

burro

58 g

100 g

116 g

margarina

13 g

16 g

25 g

latte

0,15 L

0,3 L

0,5 L

zucchero

15 g

30 g

50 g

marmellata

-

-

5 g

sigarette

-

5 (per i minatori)
3 (per chi lavora in superficie)

8 (per i minatori)
5 (per chi lavora in superficie)

 Situazione sanitaria, tentativi di fuga

Tra i detenuti addetti ai lavori nei campi di questo tipo, si registrano danni per l'irraggiamento diretto, per la respirazione di radon e polvere radioattiva, danni per ingestione di acqua irradiata. Tra il '49 e il '91 sono stati registrati 277 infortuni mortali. Tra il '59 e il '91 si registrano 710 casi di cancro polmonare. Tra il '47 e il '50 si contano 200-300 morti fra i prigionieri di guerra tedeschi. Negli anni '50 l'area attorno a Pribram era quella col più alto numero di malati di cancro.
Dal dicembre '48 al giugno '49 riescono a scappare 200 detenuti, dei quali una trentina sono ripresi dalla polizia tedesco-orientale. Dal gennaio alla fine di ottobre del '49 da tutti i campi di lavoro coatto scappano 902 persone, ossia il 10,9% dei reclusi (8.275), ma 445 di essi vengono ripresi. A Vojna due tedeschi Walter Berg e Helmut Wad sono mitragliati durane il tentativo di fuga "perché erano impiegati in un'azienda importante per la difesa nazionale e potevano avere con sè campioni di minerale o mappe da consegnare alle potenze straniere nemiche". Nel cimitero di Pribram furono sepolti segretamente tra il 1954 e il '63 13 dtenuti politici morti nei campi di Vojna e Bytiz.




Es. di condanna ro (13.4.1950) (Archivio di Stato).

Mappa dmpi di lavoro coatto (1948-1954) (Museo III Resistenza).