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Estate 2006: viaggio sulle tracce dei campi di lavoro per l'estrazione dell'uranio

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L'ingresso all'ex campo. "Dal lavoro la libertà".


Dall'interno del campo.


In primo piano, il piccolo edificio dell'infermeria.


Un pezzo di parete originale.


Ufficio investigativo.

 

 

3. Vojna, "Dal lavoro la libertà"

A costo di arrivare a Praga in ritardo per la partita a scacchi con Tereza, non potevo non fermarmi a Vojna, a pochi km da Pribram. Nel municipio di questa città, capoluogo della regione mineraria famosa un tempo per l'estrazione dell'argento e ammantata di boschi bellissimi, è stata allestita da qualche anno una piccola mostra sui campi di lavoro. Poi, nel '99, il governo ceco ha voluto costruire a Vojna un memoriale che ne ricorda la presenza in loco. Come a Jachymov, da qui sono passati prima i prigionieri di guerra e poi gli oppositori al regime. Con l'amnistia del 1960 e il trasferimento dei detenuti "politicamente indegni" di esser liberati, la struttura passò alle dipendenze dell'esercito. La visita va affrontata con una premessa: rispetto agli ex lager nazisti, questa è una ricostruzione attuale di com'era un campo negli anni '50. Il fatto che non sia rimasto granchè di originale, rende appena meno drammatico l'impatto: è vero che gli edifici ricostruiti profumano di legno fresco, che le lenzuola e i cuscini sui pancacci sono lindi e le pareti dell'infermeria più bianche di quelle di un comune ospedale… Eppure, basta passare nel bunker o nei locali dell'ex-quartier generale per rendersi conto, scorrendo i pannelli con documenti e immagini, che campi come questo servivano per liquidare fisicamente i "nemici di classe" col lavoro e il trattamento disumano. Torna in mente un passo di Solzenicyn: "In compenso nessuno ci potrà accusare di avere avuto camere a gas".
All'ingresso campeggia in variante ceca la famigerata scritta dei lager nazisti: il lavoro rende liberi. Il percorso prevede la visita di vari edifici, comprese la cella di rigore (un bunker sotterraneo in cemento, dove quando pioveva l'acqua arrivava alla gola dei prigionieri, e dove d'estate era sempre umido), la "casa della cultura" per la rieducazione politica, e la piccola infermeria incapace di far fronte ai numerosi incidenti sul lavoro.
Di qui sono passati partigiani, scienziati, artisti, sacerdoti, addirittura i campioni mondiali di hockey del '49 che nel '50 avrebbero dovuto recarsi a Londra per difendere il titolo: temendo che qualcuno di loro potesse scappare, le autorità cecoslovacche inscenarono una congiura e li mandarono tutti in galera. Dopo la morte di Stalin e il rilascio degli ex nazisti, i "politici" ancora detenuti riuscirono, in alcuni casi, ad alzare la voce per rivendicare qualche diritto: anche a Vojna, verso la metà degli anni '50, si ricorda lo "sciopero della pasta". Una sera uno dei detenuti, di fronte alla brodaglia in cui navigava della pasta ammuffita mista ai vermi, si era messo a urlare: "Ragazzi, non mangiatela, 'sta roba non la danno nemmeno ai cani". "Che ingratitudine - aveva sbottato il direttore del campo - E io che faccio di tutto per garantire a questi nemici di classe un vitto decente e un lavoro che libera l'uomo". Il tira e molla tra detenuti che digiunavano e autorità del campo durò un paio di giorni, la petizione per avere "cibo e condizioni di vita migliori" fu interpretata come una manovra orchestrata contro l'ordinamento comunista. Dopo tre giorni arrivarono gli autobus e gli scioperanti furono condotti a forza nel carcere di Ruzyn, interrogati, picchiati e condannati a nuove pene dal giudice Novak, lo stesso che nel 1950 aveva condannato a morte la giurista Milada Horakova in un processo-farsa che aveva suscitato scalpore internazionale. Questo accadeva mentre molti compagni italiani venivano in Cecoslovacchia a frequentare corsi di sabotaggio, a Brno, a Plzen, a Praga in via Novovysocanska, dove c'è ancora l'edificio dell'istituto tecnico che li ospitava…
La studentessa che ci ha fatto da guida e che vorrebbe addentare in santa pace una mela, scuote il capo sconsolata: non c'è un catalogo del percorso, se vuoi altra documentazione o le preziose testimonianze dei sopravvissuti, te le devi cercare in città, qui hanno solo qualche cartolina, le collanine e le t-shirt del museo minerario locale. Oggi gli unici ad aver la peggio a Vojna sono il cane-lupo vero costretto a fare il guardiano finto nel gabbiotto all'ingresso, e la farfalla arancione imprigionata dietro le finestre di una camerata.
A scacchi ho perso, naturalmente.///
 


La sala della cultura per la "rieducazione politica".


La biblioteca.


L'infermeria.


Corridoio con celle.


Le camerate.


I bagni.


L'ingresso allaa cella di rigore.


La scritta all'interno del bunker.


La farfalla, ultima prigioniera.


Tereza :)