|
(click
sulle foto per ingrandirle)
L'ingresso all'ex campo. "Dal lavoro la
libertà".
Dall'interno del campo.
In primo piano, il piccolo edificio
dell'infermeria.
Un pezzo di parete originale.
Ufficio investigativo.
|
3. Vojna, "Dal
lavoro la libertà"
A
costo di arrivare a Praga in ritardo per la partita
a scacchi con Tereza, non potevo non fermarmi a
Vojna, a pochi km da Pribram. Nel municipio di
questa città, capoluogo della regione
mineraria famosa un tempo per l'estrazione
dell'argento e ammantata di boschi bellissimi,
è stata allestita da qualche anno una
piccola mostra sui campi di lavoro. Poi, nel '99,
il governo ceco ha voluto costruire a Vojna un
memoriale che ne ricorda la presenza in loco. Come
a Jachymov, da qui sono passati prima i prigionieri
di guerra e poi gli oppositori al regime. Con
l'amnistia del 1960 e il trasferimento dei detenuti
"politicamente indegni" di esser liberati, la
struttura passò alle dipendenze
dell'esercito. La visita va affrontata con una
premessa: rispetto agli ex lager nazisti, questa
è una ricostruzione attuale di com'era un
campo negli anni '50. Il fatto che non sia rimasto
granchè di originale, rende appena meno
drammatico l'impatto: è vero che gli edifici
ricostruiti profumano di legno fresco, che le
lenzuola e i cuscini sui pancacci sono lindi e le
pareti dell'infermeria più bianche di quelle
di un comune ospedale
Eppure, basta passare
nel bunker o nei locali dell'ex-quartier generale
per rendersi conto, scorrendo i pannelli con
documenti e immagini, che campi come questo
servivano per liquidare fisicamente i "nemici di
classe" col lavoro e il trattamento disumano. Torna
in mente un passo di Solzenicyn: "In compenso
nessuno ci potrà accusare di avere avuto
camere a gas".
All'ingresso campeggia in variante ceca la
famigerata scritta dei lager nazisti: il lavoro
rende liberi. Il percorso prevede la visita di vari
edifici, comprese la cella di rigore (un bunker
sotterraneo in cemento, dove quando pioveva l'acqua
arrivava alla gola dei prigionieri, e dove d'estate
era sempre umido), la "casa della cultura" per la
rieducazione politica, e la piccola infermeria
incapace di far fronte ai numerosi incidenti sul
lavoro.
Di qui sono passati partigiani, scienziati,
artisti, sacerdoti, addirittura i campioni mondiali
di hockey del '49 che nel '50 avrebbero dovuto
recarsi a Londra per difendere il titolo: temendo
che qualcuno di loro potesse scappare, le
autorità cecoslovacche inscenarono una
congiura e li mandarono tutti in galera. Dopo la
morte di Stalin e il rilascio degli ex nazisti, i
"politici" ancora detenuti riuscirono, in alcuni
casi, ad alzare la voce per rivendicare qualche
diritto: anche a Vojna, verso la metà degli
anni '50, si ricorda lo "sciopero della pasta". Una
sera uno dei detenuti, di fronte alla brodaglia in
cui navigava della pasta ammuffita mista ai vermi,
si era messo a urlare: "Ragazzi, non mangiatela,
'sta roba non la danno nemmeno ai cani". "Che
ingratitudine - aveva sbottato il direttore del
campo - E io che faccio di tutto per garantire a
questi nemici di classe un vitto decente e un
lavoro che libera l'uomo". Il tira e molla tra
detenuti che digiunavano e autorità del
campo durò un paio di giorni, la petizione
per avere "cibo e condizioni di vita migliori" fu
interpretata come una manovra orchestrata contro
l'ordinamento comunista. Dopo tre giorni arrivarono
gli autobus e gli scioperanti furono condotti a
forza nel carcere di Ruzyn, interrogati, picchiati
e condannati a nuove pene dal giudice Novak, lo
stesso che nel 1950 aveva condannato a morte la
giurista Milada Horakova in un processo-farsa che
aveva suscitato scalpore internazionale. Questo
accadeva mentre molti compagni italiani venivano in
Cecoslovacchia a frequentare corsi di sabotaggio, a
Brno, a Plzen, a Praga in via Novovysocanska, dove
c'è ancora l'edificio dell'istituto tecnico
che li ospitava
La studentessa che ci ha fatto da guida e che
vorrebbe addentare in santa pace una mela, scuote
il capo sconsolata: non c'è un catalogo del
percorso, se vuoi altra documentazione o le
preziose testimonianze dei sopravvissuti, te le
devi cercare in città, qui hanno solo
qualche cartolina, le collanine e le t-shirt del
museo minerario locale. Oggi gli unici ad aver la
peggio a Vojna sono il cane-lupo vero costretto a
fare il guardiano finto nel gabbiotto all'ingresso,
e la farfalla arancione imprigionata dietro le
finestre di una camerata.
A scacchi ho perso,
naturalmente.///
|
La sala della cultura per la "rieducazione
politica".
La biblioteca.
L'infermeria.
Corridoio con celle.
Le camerate.
I bagni.
L'ingresso allaa cella di rigore.
La scritta all'interno del
bunker.
La farfalla, ultima prigioniera.
Tereza :)
|