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 Nato
a Praga, nel quartiere operaio di Zizkov, il 23 settembre
1901, esordì giovanissimo nel 1920. La ricerca di un
ideale di vita e di un indirizzo culturale che rispondessero
in qualche modo alla sua esperienza di giovane cresciuto in
una periferia operaia e che, seppur di riflesso, aveva
conosciuto gli orrori e la miseria della prima guerra
mondiale, lo portò quasi automaticamente ad aderire
al Partito comunista e a essere tra i più attivi
promotori della corrente della poesia proletaria. Nel vivace
dibattito di quegli anni, la sua prima raccolta,
Città in lacrime (1921), si distinse per il
tono spontaneo, l'ingenuità espressiva e una sorta di
primitivismo compositivo in cui traspare una costante
ricerca della rima, che non sempre però è a
portata di mano e spesso deve essere sostituita
dall'assonanza. Si è molto parlato di questa prima
raccolta per i molti elementi che vi sono accumulati un po'
a caso: pose e atteggiamenti un po' smargiassi alla
Majakovskij, una visione romantica della rivoluzione, la
descrizione quasi naturalistica di Praga città di
pene e sofferenze (la città in lacrime, appunto), un
uso frequente di metafore bibliche parafrasate... Ma al di
là di tutto, le poesie di questa prima raccolta (come
anche quelle della successiva, Solo amore, del 1923,
in cui l'arte proletaria comincia a definire meglio alcuni
principi della sua poetica, come per esempio la scelta del
verso libero e la celebrazione della modernità nei
suoi vari aspetti) rivelano al fondo la bramosia di un
giovane che vuole soprattutto conoscere per appagare i
propri desideri pervasi da una passione quasi edonistica nei
confronti della vita, e forse proprio per questo la sua
prima lirica risalta così spontanea e
convincente.
La traduzione di Apollinaire, di Blok, del Cantico dei
Cantici, e il viaggio con Karel Teige a Marsiglia e Parigi,
il soggiorno a Ginevra e la visita dall'Unione Sovietica,
oltre ad arricchire notevolmente la sua esperienza umana e
poetica, gli fanno conoscere nuove possibilità
espressive. Si sviluppa il suo gusto per le metafore, per
l'iperbole, le bizzarrie, i paradossi e per quelle
associazioni di concetti tra loro distanti e senza alcuna
connessione apparente che il poetismo, cresciuto dalla base
della poesia proletaria, teorizzava in quegli anni
recuperando gli insegnamenti delle avanguardie artistiche
europee. E' come se Seifert volesse racchiudere ed esaurire
tutta in questa fase la sua capacità di creare
immagini e metafore. E infatti già nel 1929, con la
raccolta Il piccione viaggiatore, inizia a separare la sua
strada da quella dell'avanguardia poetista. Dello stesso
anno è la sua espulsione dal Partito comunista in
seguito alla pubblicazione di un documento contro la nuova
direzione di Gottwald, sottoscritto oltre che dallo stesso
Seifert, da altri 6 noti scrittori e poeti. Anche questa
sarà una rottura irreversibile. Il poeta si rende
forse conto che non sono i grandi sommovimenti sociali a
dare all'uomo la felicità cui aspira e dal cui
desiderio muove la sua prima poesia; compare anche una certa
tendenza a ricreare nella figura del poeta un'unità,
o forse meglio un equilibrio, tra vita, passioni e
mondo.
Quando nel 1933, dopo quatto anni di riflessione, esce la
nuova raccolta, La mela dal grembo, appare un Seifert nel
quale questa originaria tendenza è divenuta una sua
caratteristica peculiare... E' l'interesse per i dettagli
della vita quotidiana, avvolti dalla nostalgia dolce dei
ricordi dell'infanzia e della prima giovinezza e dalla
composta malinconia del tempo che passa, a ricreare nel
Seifert di questa nuova fase (che durerà fin dopo la
seconda guerra mondiale) l'armonia del lirico con il mondo,
rendendo la sua poesia più intima e familiare. A
questo corrisponde l'indebolimento delle perifrasi, della
metaforicità, il ritorno alla denominazione diretta,
l'uso della lingua parlata, una maggiore cura per la
musicalità della composizione che con il verso
rimato, ritmicamente perfetto e la divisione in strofe,
acquista una melodicità neoclassica, inaspettata per
la poesia ceca di questo secolo. Quando poi, durante i cupi
anni dell'occupazione tedesca, questi elementi formali
saranno utilizzati per cantare Praga, la terra boema, i
classici della cultura ceca... Jaroslav Seifert si erge
sotto ogni aspetto a poeta nazionale, perpetuando l'antica
tradizione della storia di Boemia secondo cui sono i poeti a
tenere viva la coscienza della nazione quando tutto sembra
ormai perduto e l'annichilimento prossimo. Appartengono a
questo periodo libri come La mano di Venere, Spegnete le
luci, Vestita di luce, Il ponte di pietra, Il ventaglio di
Bozena Nemcova.
Attivissimo nella vita culturale del primo dopoguerra,
nel 1949 viene gradualmente emarginato (anche se ha ancora
la possibilità di pubblicare i suoi versi), e solo
nel 1956 ricompare nella vita pubblica con un coraggioso
intervento al II Congresso dell'Unione degli scrittori
cecoslovacchi contro i crimini dello stalinismo e per la
riabilitazione di tutti gli scrittori ingiustamente
perseguitati. Subito dopo, però, una lunga malattia
lo terrà molto tempo lontano dai suoi lettori.
Nessuno forse pensava che Seifert avrebbe aggiunto qualche
tratto di novità alla sua biografia poetica quando
nel 1965 esce Il concerto sull'isola, e invece con
questa raccolta iniziava un nuovo ciclo, che potremmo
definire di riflessione sulla vita, vista come uno
sterminato mare di amarezza, ma che pure contiene qualche
dolce goccia di felicità. Il poeta deve saper
cogliere queste poche gocce e offrirle, sebbene con
disillusione, nelle sue liriche...
Dopo una decennale parentesi di silenzio, seguente il suo
breve periodo alla presidenza dell'Unione degli scrittori e
durante la quale sottoscrive uno dei primi documenti di
Charta 77 a favore della libertà di espressione, nel
1978 esce L'ombrello di Piccadilly, seguito poi da
La colonna della peste nel 1981, dal libro di ricordi
Tutte le bellezze del mondo nel 1982 e da Essere
poeta nell'83. Continua con essi il ciclo iniziato quasi
vent'anni prima. La sua lunga esperienza umana gli permette
ora di guardare le cose attraverso lo spettro dei ricordi,
che le rende distanti e oggettive, di parlare con i tanti
amici poeti già morti e di ironizzare sui propri
ancora tanto vivi desideri. Nell'universo poetico di questo
ultimo Seifert, fatto di ricordi e di sogni, in cui anche lo
stesso scenario di Praga sembra perdere i contorni reali per
elevarsi a simbolo di un'età dell'oro nella quale
bellezza e libertà camminavano solo insieme, ogni
cosa ha il suo posto e il suo nome e il verso non ha bisogno
di tanti orpelli che gli diano forza evocativa... Il suo
verso, creando una musicalità diversa e sempre nuova,
ha smesso gli abiti logori della regolarità, del
ritmo e della rima, per sciogliersi in una lunga narrazione,
talvolta interrotto solo da un'esclamazione e spesso
intercalata dagli "oramai" di un uomo che sa che la morte si
approssima e il tempo è diventato troppo breve per
soddisfare ancora i suoi desideri.
D. Massimi,
Jaroslav Seifert, premio Nobel 1984, "L'altra Europa"
1/199 p. 22.
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