Jaroslav Seifert (22.9.1901-10.1.1986)

Nato a Praga, nel quartiere operaio di Zizkov, il 23 settembre 1901, esordì giovanissimo nel 1920. La ricerca di un ideale di vita e di un indirizzo culturale che rispondessero in qualche modo alla sua esperienza di giovane cresciuto in una periferia operaia e che, seppur di riflesso, aveva conosciuto gli orrori e la miseria della prima guerra mondiale, lo portò quasi automaticamente ad aderire al Partito comunista e a essere tra i più attivi promotori della corrente della poesia proletaria. Nel vivace dibattito di quegli anni, la sua prima raccolta, Città in lacrime (1921), si distinse per il tono spontaneo, l'ingenuità espressiva e una sorta di primitivismo compositivo in cui traspare una costante ricerca della rima, che non sempre però è a portata di mano e spesso deve essere sostituita dall'assonanza. Si è molto parlato di questa prima raccolta per i molti elementi che vi sono accumulati un po' a caso: pose e atteggiamenti un po' smargiassi alla Majakovskij, una visione romantica della rivoluzione, la descrizione quasi naturalistica di Praga città di pene e sofferenze (la città in lacrime, appunto), un uso frequente di metafore bibliche parafrasate... Ma al di là di tutto, le poesie di questa prima raccolta (come anche quelle della successiva, Solo amore, del 1923, in cui l'arte proletaria comincia a definire meglio alcuni principi della sua poetica, come per esempio la scelta del verso libero e la celebrazione della modernità nei suoi vari aspetti) rivelano al fondo la bramosia di un giovane che vuole soprattutto conoscere per appagare i propri desideri pervasi da una passione quasi edonistica nei confronti della vita, e forse proprio per questo la sua prima lirica risalta così spontanea e convincente.
La traduzione di Apollinaire, di Blok, del Cantico dei Cantici, e il viaggio con Karel Teige a Marsiglia e Parigi, il soggiorno a Ginevra e la visita dall'Unione Sovietica, oltre ad arricchire notevolmente la sua esperienza umana e poetica, gli fanno conoscere nuove possibilità espressive. Si sviluppa il suo gusto per le metafore, per l'iperbole, le bizzarrie, i paradossi e per quelle associazioni di concetti tra loro distanti e senza alcuna connessione apparente che il poetismo, cresciuto dalla base della poesia proletaria, teorizzava in quegli anni recuperando gli insegnamenti delle avanguardie artistiche europee. E' come se Seifert volesse racchiudere ed esaurire tutta in questa fase la sua capacità di creare immagini e metafore. E infatti già nel 1929, con la raccolta Il piccione viaggiatore, inizia a separare la sua strada da quella dell'avanguardia poetista. Dello stesso anno è la sua espulsione dal Partito comunista in seguito alla pubblicazione di un documento contro la nuova direzione di Gottwald, sottoscritto oltre che dallo stesso Seifert, da altri 6 noti scrittori e poeti. Anche questa sarà una rottura irreversibile. Il poeta si rende forse conto che non sono i grandi sommovimenti sociali a dare all'uomo la felicità cui aspira e dal cui desiderio muove la sua prima poesia; compare anche una certa tendenza a ricreare nella figura del poeta un'unità, o forse meglio un equilibrio, tra vita, passioni e mondo.
Quando nel 1933, dopo quatto anni di riflessione, esce la nuova raccolta, La mela dal grembo, appare un Seifert nel quale questa originaria tendenza è divenuta una sua caratteristica peculiare... E' l'interesse per i dettagli della vita quotidiana, avvolti dalla nostalgia dolce dei ricordi dell'infanzia e della prima giovinezza e dalla composta malinconia del tempo che passa, a ricreare nel Seifert di questa nuova fase (che durerà fin dopo la seconda guerra mondiale) l'armonia del lirico con il mondo, rendendo la sua poesia più intima e familiare. A questo corrisponde l'indebolimento delle perifrasi, della metaforicità, il ritorno alla denominazione diretta, l'uso della lingua parlata, una maggiore cura per la musicalità della composizione che con il verso rimato, ritmicamente perfetto e la divisione in strofe, acquista una melodicità neoclassica, inaspettata per la poesia ceca di questo secolo. Quando poi, durante i cupi anni dell'occupazione tedesca, questi elementi formali saranno utilizzati per cantare Praga, la terra boema, i classici della cultura ceca... Jaroslav Seifert si erge sotto ogni aspetto a poeta nazionale, perpetuando l'antica tradizione della storia di Boemia secondo cui sono i poeti a tenere viva la coscienza della nazione quando tutto sembra ormai perduto e l'annichilimento prossimo. Appartengono a questo periodo libri come La mano di Venere, Spegnete le luci, Vestita di luce, Il ponte di pietra, Il ventaglio di Bozena Nemcova.
Attivissimo nella vita culturale del primo dopoguerra, nel 1949 viene gradualmente emarginato (anche se ha ancora la possibilità di pubblicare i suoi versi), e solo nel 1956 ricompare nella vita pubblica con un coraggioso intervento al II Congresso dell'Unione degli scrittori cecoslovacchi contro i crimini dello stalinismo e per la riabilitazione di tutti gli scrittori ingiustamente perseguitati. Subito dopo, però, una lunga malattia lo terrà molto tempo lontano dai suoi lettori. Nessuno forse pensava che Seifert avrebbe aggiunto qualche tratto di novità alla sua biografia poetica quando nel 1965 esce Il concerto sull'isola, e invece con questa raccolta iniziava un nuovo ciclo, che potremmo definire di riflessione sulla vita, vista come uno sterminato mare di amarezza, ma che pure contiene qualche dolce goccia di felicità. Il poeta deve saper cogliere queste poche gocce e offrirle, sebbene con disillusione, nelle sue liriche...
Dopo una decennale parentesi di silenzio, seguente il suo breve periodo alla presidenza dell'Unione degli scrittori e durante la quale sottoscrive uno dei primi documenti di Charta 77 a favore della libertà di espressione, nel 1978 esce L'ombrello di Piccadilly, seguito poi da La colonna della peste nel 1981, dal libro di ricordi Tutte le bellezze del mondo nel 1982 e da Essere poeta nell'83. Continua con essi il ciclo iniziato quasi vent'anni prima. La sua lunga esperienza umana gli permette ora di guardare le cose attraverso lo spettro dei ricordi, che le rende distanti e oggettive, di parlare con i tanti amici poeti già morti e di ironizzare sui propri ancora tanto vivi desideri. Nell'universo poetico di questo ultimo Seifert, fatto di ricordi e di sogni, in cui anche lo stesso scenario di Praga sembra perdere i contorni reali per elevarsi a simbolo di un'età dell'oro nella quale bellezza e libertà camminavano solo insieme, ogni cosa ha il suo posto e il suo nome e il verso non ha bisogno di tanti orpelli che gli diano forza evocativa... Il suo verso, creando una musicalità diversa e sempre nuova, ha smesso gli abiti logori della regolarità, del ritmo e della rima, per sciogliersi in una lunga narrazione, talvolta interrotto solo da un'esclamazione e spesso intercalata dagli "oramai" di un uomo che sa che la morte si approssima e il tempo è diventato troppo breve per soddisfare ancora i suoi desideri.

D. Massimi, Jaroslav Seifert, premio Nobel 1984, "L'altra Europa" 1/199 p. 22.