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Havel, Michnik e Rupnik ospiti delle Domande di V.
Moravec
Ospiti della famosa
trasmissione
di Moravec in studio (15.11.09) erano V. Havel, A.
Michnik e il politologo J. Rupnik, al quale il
giornalista ha rivolto la prima domanda. Secondo
Rupnik, a 20 anni dall'89 si può parlare di
"spossatezza della democrazia". Se all'inizio c'erano molte
aspettative - almeno in Europa centrale - per la ritrovata
democrazia basata sui consueti pilastri: Costituzione,
cittadinanza, diritti umani, successivamente "ci siamo
limitati a scopiazzare le diverse istituzioni; si tratta
certamente di istituzioni che funzionano bene, ma mancano
contenuto". Rupnik identifica due punti nevralgici della
situazione ceca attuale: 1) l'"abisso tra società
civile e sfera politica", e il "disinteresse quando non
è un vero disprezzo verso lo Stato di diritto".
Secondo Michnik, quest'analisi non è
applicabile alla società polacca: "Per quel che
riguarda noi, sono stati i migliori 20 anni degli ultimi 3
secoli, i primi 20 anni in cui abbiamo avuto tanta
democrazia!". Esiste anche per Michnik una certa
disillusione: sotto il tallone sovietico, infatti, "penavamo
di essere tutti popoli valorosi e bravi, e che non appena ci
fossimo sbarazzati di questa dittatura, tutto sarebbe stato
fantastico...". Michnik individua un fattore di rischio
particolare per la Polonia: "Nel secolo scorso la Polonia
è stata soffocata tra Hitler e Stalin, perciò
quando parliamo di esperienza democratica si tratta per noi
di una tradizione debole rispetto alla Cecoslovacchia. Oggi
abbiamo la democrazia ma ci manca la mentalità
democratica".
Havel ha ripreso diversi spunti degli ultimi suoi
interventi, da Sciences Po al Parlamento Europeo: il fatto
ad esempio che fosse la prima volta nella storia per il
comunismo, e altrettanto per il postcomunismo. Tuttavia l'ex
presidente è fiducioso per il futuro che avvenga come
è stato nella Germania del dopoguerra, dove le nuove
generazioni che non avevano vissuto nella paura si sono
mosse in un clima completamente diverso.
Rupnik ha poi sottolineato come le democrazie
occidentali fossero già in una fase di stanca quando
in Europa centrale solamente si affacciavano alla storia. A
questo proposito, l'esperienza del dissenso e la rinascita
delle democrazie è altrettanto importante per
l'Occidente.Tuttavia c'è oggi il rischio che la
mancanza di cultura politica possa costituire un pericolo
maggiore della reiterata "crisi della democrazia
occidentale".
Alla tavola rotonda si è aggiunta, con brani da
un'intervista, l'ex ministro degli esteri americano
signora Albright - di origini ceche -, la quale ha
notato un diffuso scetticismo tra la popolazione, ricordando
però che la libertà non arriva a buon mercato
ed è un processo che richiede un lavoro. La Albright
ha messo in guardia infine dal pericolo costituito dai
sentimenti nazionalisti a scapito delle minoranze.
C'è stato spazio anche per la dichiarazione delirante
del Partito comunista ceco-moravo, uno dei pochi -
come ha fatto notare Rupnik - a mantenere orgogliosamente il
proprio nome. Nel mirino dei post-neo-comunisti c'è
in primo luogo la figura di Havel: secondo loro, nell'89 "la
maggior parte della società preferiva il mantenimento
della società socialista, e delle relative certezze
in ambito lavorativo e sociale
I leader politici del
Novembre, soprattutto Havel e con lui la concentrazione del
cosiddetto 'dissenso' hanno mentito alla gente da subito e
consapevolmente
Mentre la maggior parte della
società aveva idee poco chiare su come si sarebbe
sviluppata l'allora Cecoslovacchia, Havel invece le aveva
molto chiare e consapevolmente ha preferito tacerle ai
cittadini
20 anni di promesse e menzogne di tutti i
governi post-novembrini sono culminati nella crisi economica
attuale
Havel, che ha la responsabilità
personale per lo sviluppo del paese negli ultimi 20 anni, ha
messo in dubbio pubblicamente e sistematicamente l'assetto
dell'Europa dopo la seconda guerra mondiale".
Chiamato in causa direttamente, Havel fra l'altro ha
ricordato che è vero che "non usavamo la parola
'capitalismo', ma perché era una parola ormai
profanata dagli stessi comunisti, che per anni l'avevano
utilizzata come sinonimo di tutti i mali del mondo", mentre
poi sono stati i primi ad approfittare delle privatizzazioni
perché avevano conoscenze e competenze manageriali.
Rupnik ha aggiunto che, in un momento di crisi
generale come questo, il populismo può tornare di
moda con i suoi slogan contro la corruzione, contro le
minoranze, interne o persino contro l'Europa, e con
l'appello all'uomo forte. Ciò può portare a
regimi semiautoritari o inclini all'autoritarismo, ma non
comunque al ritorno alle dittature autentiche. E il discorso
vale anche per i comunisti: "Sono una specie di azienda
elettorale, hanno il tot percento e usano i loro spot come
quello che abbiamo sentito". Per Rupnik è curioso che
mentre negli altri paesi ex satelliti questi partiti hanno
cambiato di nome, qui "la ditta non è cambiata e usa
lo stesso modo di parlare". [Non per niente -
aggiungiamo noi - qualche italico sinistrato ha pensato bene
di imboscarsi proprio in quest'isola felice, magari a spese
del contribuente italiano che lo mantiene a devastare gli
studenti nelle università locali e a bersi la lettura
postcomunista di Právo, in mancanza di
Repubblica, spacciandolo per unica fonte di lettura
della realtà].
Durante l'ultima parte gli ospiti hanno parlato della NATO e
degli ultimi sviluppi in merito al Trattato di Lisbona.
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