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Pravomil Raichl. Eroe e fuggiasco indomabile

Il carcere-fortezza di Leopoldov (Trnava), in Slovacchia, fu costruito nel 1669 da re Leopoldo vicino a un'insenatura del fiume Vah come come cittadella contro i turchi, nel 1855 l'imperatore Francesco Giuseppe I ne decretò la trasformazione in penitenziario. A quell'epoca poteva contenere un migliaio di detenuti, ed era il carcere più capiente dell'impero austro-ungarico. Nel 1858 la gestione venne affidata alle suore di san Vincenzo, che la mantennero fino al 1862. Nel 1948 ebbe fine l'epoca di Leopoldov come carcere normale. Con la presa del potere da parte comunista, i delinquenti incarcerati prima del 1945 vennero trasferiti in istituti a regime meno duro, e a Leopoldov si fece spazio per i detenuti politici. All'inizio degli anni '50 il regime fu rafforzato, vennero abbattuti gli alberi vicini alle mura e queste ultime circondate dall'alta tensione. Fu creata una "zona della morte" sorvegliata da torrette di guardia. Alla fine del 1951 vi vennero rinchiusi detenuti da Bor, Jachymov e Pribram, condannati a lunghe pene, all'ergastolo, i sacerdoti, gli uomini politici, gli "agenti e le spie", costretti a svolgere lavori pesanti per ristrutturare l'intero complesso, compresa la demolizione della chiesa di San Leopoldo, un antico edificio barocco del 1666, che conteneva ancora numerose opere d'arte. I detenuti impiegati nei lavori di demolizione riuscirono a conservare alcuni oggetti di valore trafugandoli e murandoli in altri edifici. Dal 2 aprile 1952 vi fu un cambiamento in peggio: iniziarono i trasferimenti di molti detenuti dalle celle comuni nelle celle di rigore in un edificio usato come carcere dalla StB di Bratislava. Solo dopo la morte di Stalin e Gottwald, nella primavera del '53, vi furono delle ispezioni mediche per valutare le condizioni di salute dei carcerati; 600 detenuti soffrivano di denutrizione e un centinaio aveva la tubercolosi. A Leopoldov morirono fra gli altri l'ex presidente del governo R. Beran, il vescovo greco-cattolico Gojdic, il prelato J. Cihak, il generale J. Turanec, sepolti in un'area incolta fra i binari della ferrovia, utilizzato come cimitero del carcere. A Leopoldov furono detenute molte autorità ecclesiastiche, come i vescovi Barnas, Buzalka, Vojtassak, Gojdic, Hopko, Trochta, Zela, gli abati Machalka e Tajovsky, il teologo Zverina. Fra gli uomini di cultura vi fu rinchiuso il poeta Jan Zahradnicek. Fra gli oppositori politici, il ministro della giustizia Drtina e altri deputati dei partiti Popolare, Social-nazionale e Social-democratico. Nel 1953 un cospicuo numero di detenuti fu trasferito ai campi di Bytiz, e a Leopoldov arrivò un'altra fiumana, composta da funzionari comunisti finiti in disgrazia, fra i quali G. Husak, E. Goldstucker, R. Slansky (fratello del più famoso Rudolf). Nella primavera del '55 vennero trasferiti altri detenuti a Jachymov e nella zona di Pribram: molti di essi erano ammalati, che sarebbero morti nei lavori di estrazione dell'uranio. Nel 1956 durante la rivolta d'Ungheria il regime fu ulteriormente rafforzato e fuori dalla cinta muraria apparvero i carri armati. Il complesso conserva ancor oggi l'antica forma esagonale, è costruito con blocchi di granito con torri d'angolo. Le mura sono alte da 11 a 14 m e larghe fino a 10. Sulle torrette di guardia negli anni '50 c'erano sempre in servizio guardie armate di mitra, e sui muri correva il filo spinato. Il carcere era diviso in 4 cortili separati fra di loro. Tranne quando erano al lavoro , i detenuti rimanevano chiusi nelle celle. Nessuno poteva muoversi all'interno del carcere senza permesso.




Vedute aeree attuali dell'area di Leopoldov.
Nella foto inferiore, da satellite e parzialmente oscurata perchè è tutt'oggi un carcere, si nota a destra l'ansa del fiume Vah.


Un soldato inviso a tutti
"Ero uno dei primi politici finiti a Leopoldov - racconta il colonnello Pravomil Raichl (1921-2002) -, mi aveva preso il servizio segreto militare su ordine del generale Reicin il 6 novembre 1947, ancor prima del putsch comunista di febbraio… Dopo l'occupazione della Cecoslovacchia da parte dei nazisti ho tentato di scappare in Francia attraverso la Slovacchia. Mi presero in Ungheria, e là mi misero in lager. Nel 1940 mi restituirono allo stato slovacco. Dopo un'altra fuga attraverso la zona polacca occupata dai sovietici sono finito in URSS. Mi hanno arrestato come spia e sono finito in un lager dell'NKVD in Siberia. Anche da là ho tentato di scappare, ma mi hanno ripreso. Per fortuna iniziava il reclutamento per l'esercito cecoslovacco e così ebbi l'amnistia… Nel 1942 ero nella scuola per ufficiali a Buzuluk con il futuro direttore dello spionaggio militare Reicin. Quello che poi dopo la guerra ci ha infilzati tutti…". A Leopoldov fu condotto nell'autunno 1951 perché aveva cercato di scappare dal lager Vojna I di Pribram: "A Leopoldov lavoravo alle demolizioni… Eravamo in sei: Josef Chalupa, Stefan Gavenda, Jaroslav Bures, Josef Hermanovsky, Jan (John) Hvasta (cittadino americano) e me. Ad eccezione di Hvasta, tutti eravamo stati condannati alla pena di morte, commutata successivamente in ergastolo. Ovviamente non avevo mai abbandonato il pensiero che sarei scappato da quegli infami. Quando mi misero a lavorare nelle casematte, ispezionai tutti i corridoi con la scusa di dover andare al bagno. Una volta in un corridoio buio ho urtato un altro detenuto che aveva appena tolto una pietra dalle mura: feci così la conoscenza di Gavenda e del suo amico Bures. Ci accordammo. Il buco nelle mura che ci accingevamo a fare era in direzione del fiume Vah. Fra il fiume e la fortezza c'erano i binari ferroviari dove pochi minuti prima delle 5 del pomeriggio passava il rapido. E alle 5 precise dovevamo lasciare gli attrezzi, badile e piccone, andare all'appello che durava una decina di minuti e poi in colonna rientravamo nelle celle".

Sopra: uno dei cortili interni; sotto: detenuti durante il regime comunista.

La fuga da Leopoldov
Il piano era quello di scavare un tunnel nelle mura in cui infilarsi prima del passaggio del treno: "Avremmo chiuso il buco dall'interno con una coperta in modo da non far passare la luce, e nel momento in cui passava il treno, saremmo saltati fuori. Per alcuni giorni ho osservato il comportamento delle sentinelle sulle torrette: erano evidentemente convinti che non era possibile alcun tipo di fuga. Stimai che avremmo avuto 10-15 minuti di vantaggio prima di essere scoperti, e questo doveva permetterci di attraversare di corsa il pezzo fra la fortezza e la Vah, oltrepassare la scarpata ferroviaria dove saremmo stati facile preda delle mitragliatrici. Era ovvio che qualche rischio c'era… Abbiamo lavorato tutti i giorni come talpe per allungare il buco, continuavamo a chiedere il permesso di andare in bagno. E c'era proprio una puzza terribile, ma questo era un vantaggio perché nessuna guardia veniva a controllare. Le pietre più grosse le distribuivamo lungo il corridoio e prima della fine del turno di lavoro ne riportavamo indietro alcune per richiudere il buco e turare col fango la fessura. Ovviamente c'è voluto del tempo, ma ricordo il gran giorno in cui per la prima volta abbiamo visto arrivare la luce dall'esterno!". La fuga viene stabilita per la vigilia di Natale del 1951, ma poi viene spostata al 2 gennaio '52 perchè Gavenda era finito in guardina. In quei giorni a Leopoldov cambiava anche il regime carcerario: i prigionieri passavano nelle competenze del nuovo ministero della sicurezza statale, diretto dal compagno Kopriva. Da Leopoldov - dichiarò la nuova amministrazione - si sarebbe usciti solo con le gambe in orizzontale… "Ma a noi non interessava - racconta Raichl, - noi avevamo il nostro buco. Subentrò un nuovo problema: c'era in carcere un mio amico, Gervais Garcette - il padre era stato sindaco di Bordeaux, lui invece aveva lavorato dopo la guerra a Praga nella missione di rimpatrio francese e l'avevano arrestato come spia, aveva circa 25 anni. Gervais mi disse: 'So che vuoi scappare, voglio venire con te'. Ma era piuttosto malato, non sarebbe stato in grado di reggere alla fuga. Alla fine gli promisi che se sarei riuscito a scappare avrei informato le autorità francesi perché i comunisti lo tenevano in carcere segretamente. Lo feci poi a Berlino ovest, e i francesi un anno dopo lo scambiarono con una spia comunista in Francia".

Leopoldov. Ancora ci si chiede come abbiano potuto fuggire...

 

Quel 2 gennaio...
Arrivò il 2 gennaio 1952. "Tutti eravamo ai nostri posti: Stefan con la coperta intorno al corpo e noi altri con il pane secco racimolato nei giorni precedenti, Hvasta aveva le vitamine prese da un pacchetto americano e il pepe contro i cani. Tutti sapevano che stava arrivando il momento decisivo. Tutti eravamo nervosi: riusciremo? O ci spareranno?… Stefan tolse l'ultima pietra, dal tunnel si vedeva già il fiume, il treno sarebbe passato entro pochi minuti. Cercai di capire se il ponte sul Vah fosse sorvegliato. La mente fu assalita dal ricordo dei compagni di prigionia, promisi loro che quando sarei espatriato avrei informato l'Occidente di quel che succedeva nelle nostre prigioni. Sapevo che dopo la fuga ci sarebbero state rappresaglie e che gli altri prigionieri avrebbero sofferto a causa nostra… Il vescovo Vojtassak mi diede la benedizione. Strepitando, il treno si avvicinava in direzione di Hlohovec. Gavenda aveva già la testa fuori dal cunicolo e io gli stavo dietro. E quando fummo fuori, Gavenda si mise a correre attraversando il campo verso la scarpata. Era più alta di quanto ci aspettassimo. Sotto le mura c'era anche il fossato. L'ultimo fu Hvasta. Cadde male su un fianco. Zoppicava ma riusciva a correre, non c'era tempo per fermarsi a controllare. Ci aspettavamo il momento in cui si sarebbero messe a sparare le mitragliatrici. E già avevamo corso quei duecento metri verso la linea ferroviaria e ancora silenzio. Sembrò un'eternità. Stava per imbrunire. Raggiungemmo il ponte, s'intravide qualcuno: era solo un vecchietto, ci indicò la direzione verso il bivio sotto il ponte e disse: 'Ragazzi scappate via in fretta da quelle troie diaboliche e che Dio vi assista!'. Sotto il ponte ci dividemmo: Gavenda con Bures e Hermansky si diressero in direzione opposta al fiume verso nord. Io, Chalupa e Hvasta verso nord-est verso i monti Inovec. E già si vedevano in cielo i razzi delle guardie e si sentiva sparare all'impazzata. Sapevano ormai di noi. In un attimo uscì da Leopoldov un autobus pieno di guardie, si dirigeva nella nostra direzione, ci sdraiammo nella neve in un campo di granturco, l'autobus ci sorpassò e noi ci affrettammo verso le montagne. Scese il buio. Hvasta ogni tanto spargeva il pepe per confondere i cani, ma chi lo sa se è servito a qualcosa!… Avevamo freddo in quei cenci, ma il sogno della libertà dopo anni di fame, percosse e umiliazioni ci spingeva avanti. Conoscevo il territorio e guidavo il gruppetto. La gamba ferita di Hvasta peggiorava, e Chalupa dovette reggerlo. Il mio piano era tenersi per i primi giorni vicino alla strada, muoversi nei campi e nei boschi per quanto possibile; sapevo che le strade sarebbero state bloccate. I primi tre giorni fu dura, non uscimmo dai boschi, la fame e il freddo ci fecero soffrire molto. La gamba di Hvasta si era gonfiata, non era più in grado di proseguire. Decise di consegnarsi alle autorità, credeva che la sua cittadinanza americana gli avrebbe evitato la pena di morte. Non potevamo permetterlo, ne andava di lui e di noi. Penso ancora alle possibili conseguenze per la gente del posto che allora ci aiutò. Ci muovemmo nel bosco in direzione nord-occidentale da Piest'any verso Nové Mesto nad Vahom. Dopo tre giorni perdemmo John Hvasta: aveva proseguito nel bosco mentre io e Chalupa ci facevamo delle sigarette. Avevamo le mani intirizzite, il tabacco e la carta erano umidi e mi sanguinava un occhio frustato da un ramo. Quando arrivammo al posto dove doveva esserci John, non lo trovammo. Fu una notte tragica. Avevamo paura di sdraiarci perché temevamo di non riuscire più ad alzarci e di morire assiderati. Il quarto giorno arrivammo in una villaggio contadino. Entrammo nel primo casolare. Eravamo allo stremo. 'Siete quelli scappati da Leopoldov?'. Annuimmo. Era gente povera ma avevano un grande cuore. Ci diedero della minestra di cavoli e del pane e ci nascosero nel fienile dietro cataste di faggio. Da loro venimmo a sapere che la polizia stava perquisendo tutta la zona, che pattugliavano strade, incroci e i traghetti sul Vah, che il personale della forestale aveva l'ordine di fermarci e eventualmente spararci e che avevano messo una taglia su di noi". Eppure ci fu qualcuno che li aiutò. "Più di tutto ci aiutò la carità cristiana disinteressata e la fiducia in noi. Ancor oggi provo gratitudine verso quella gente, e la porterò con me anche nell'altro mondo. Dalla Slovacchia alla Moravia arrivammo attraverso Straznice. A Uherské Hradiste ci accordammo che ognuno avrebbe proseguito da solo, avevamo ormai abiti civili e qualche soldo. Io addirittura un'arma che mi aveva dato un partigiano slovacco. Presi un treno a una stazioncina locale, mi misi in un angolo buio e sollevai il bavero del cappotto fingendo di dormire… forse ho dormito davvero, chi lo sa. Dal giorno della fuga erano passate due settimane, ero rimasto da solo, potevo contare unicamente su me stesso e ero responsabile solo di me stesso. Ovviamente non mi diressi a casa, da parenti o amici, perché lì ci sarebbe stato qualcun altro ad attendermi. Chiesi aiuto a vecchi amici del fronte, soprattutto a quelli con cui avevo avuto il mio battesimo staliniano nei lager siberiani. Come spesso accade nella vita, non tutto andò bene: mi pigliai la polmonite, ebbi febbre alta e mi indebolii molto. Accadde a Kadan, ma anche lì della brava gente mi tenne relativamente al sicuro e fui assistito, un medico sottrasse persino dall'ospedale della penicillina, senza la quale non sarei sopravvissuto. La malattia si protrasse per un mese, era già la primavera del '52.


Il tragitto dei fuggiaschi.

Libertà a caro prezzo
"Il 24 aprile oltrepassai il filo ad alta tensione del confine con la Germania Est, ero nella zona sovietica. Il 25 ero a Chemnitz (Karl-Marx-Stadt), poi mi diressi a Berlino ovest, nella zona americana. Mi accolse un funzionario, di origini polacche. Quando mi tolsi la giubba ed estrassi due pistole, circa duecento pallottole e alcune granate, il povero polacco-americano scappò dal locale e dopo un attimo dopo ritornò con rinforzi armati, forse pensava che ero arrivato fin lì per farli saltare in aria! Chiarii la situazione ma non si fidavano, chiamarono alcuni specialisti degli ex servizi cecoslovacchi, un ceco americano mi disse che secondo le loro informazioni sarei dovuto già essere morto, volevano sottopormi alla macchina della verità ma feci un gran baccano e alla fine mi passarono ai "veri" americani che si informarono soprattutto delle sorti di John Hvasta. Io di lui non avevo saputo più nulla. Successivamente venni a sapere che si era nascosto a lungo sui monti, prima di arrivare a Praga dove - come cittadino americano - gli diedero asilo all'ambasciata; grazie a una campagna mediatica lo scambiarono con qualcun altro e John arrivò negli USA, dove si risposò e si mise poi a servizio dei separatisti slovacchi. Stefan Gavenda finì tragicamente. Come a me, una volta in Germania gli americani non gli credevano. Effettivamente la nostra storia aveva dell'incredibile e gli occidentali pensavano che fossimo agenti provocatori. Stefan decise di rientrare in Cecoslovacchia per condurre poi con sé John perché potesse confermare la nostra storia. Ma al confine lo presero, lo torturarono e venne ucciso.
E gli altri? Josef Hermanovsky arrivò a Praga si nascose dalla sua fidanzata, ma durante una perquisizione la polizia lo trovò, lo riportarono a Leopoldov nell'autunno del '53. Durante gli interrogatori fu ferito alla spina dorsale, non riusciva più a muoversi, a mangiare o a parlare, fu trasferito nel reparto invalidi, là rimase fino all'amnistia del 1960. Io e Chalupa invece emigrammo in America".
Pravomil Raichl lavorò come esperto nella CIA, e più volte corse il pericolo di essere eliminato dal controspionaggio comunista. Morì nel 2002, due anni prima fu decorato con il Leone Bianco, la massima onorificenza statale della Repubblica ceca.


Fonte principale: R. Dobias, Triedni nepriatelia, ed. M. Vaska, s.d., s.l.


Pravomil Raichl (1921-2002).