JAN CHRYZOSTOM card. KOREC
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Un arcivescovo ex-lavavetri a Praga, un cardinale ex-operaio in Slovacchia: "Con gente così, i comunisti non avranno vita facile" (J. K.). Che forza!

Jan Chryzostom Korec è nato il 22 gennaio 1924 a Bosany, nei pressi di Topol'cany (Slovacchia centro-occidentale), da una famiglia operaia. L'ambiente di Bosany era piuttosto indifferente nei confronti del cristianesimo, e l'unico ambito vivo era rappresentato dal gruppo degli scout, istituito dal parroco nel 1932, frequentati anche da Jan e dal fratello maggiore Anton. Dopo aver terminato la locale scuola cattolica popolare, Jan matura l'intenzione di farsi sacerdote. Purtroppo le condizioni economiche della famiglia non gli permettono di accedere agli studi ginnasiali; tuttavia grazie a un amico, ottiene la maturità presso i gesuiti e studia filosofia a Trnava. Al termine della seconda guerra mondiale, a causa del colpo di stato comunista, lavora per un certo periodo come operaio e, dopo un breve periodo di carcere, viene consacrato sacerdote clandestinamente il 1 ottobre 1950.

 

"- Cominciamo dall'inizio. 1948, i comunisti prendono il potere... Lei dov'era? Che faceva?
-Ero nella casa dei gesuiti a Trnava, dove mi preparavo al sacerdozio. Il nuovo regime mostrò subito il suoi volto. Cominciarono con l'imbavagliare la stampa cattolica, gli ordini religiosi, i seminari. Fu soppressa la Chiesa greco-cattolica. Poi iniziarono i processi. Davanti ai tribunali vennero condotti prima tre vescovi, poi i provinciali dei religiosi, infine non pochi laici. Nella notte fra il 13 e il 14 aprile 1950 la polizia effettuò un mega-blitz deportando in un colpo solo tutti i religiosi in un grande 'monastero di concentramento'. Noi seminaristi fummo 'laicizzati' e dispersi. Ciò nonostante io e altri miei amici riuscimmo a essere ordinati sacerdoti segretamente dall'unico vescovo cui era rimasta qualche possibilità di manovra: monsignor Poborny, il quale era internato in un ospedale". (*)

Per volontà di papa Pio XII, il 24 agosto 1951 viene ordinato segretamente vescovo dal vescovo Pavol Hnilica: era necessario, infatti, garantire la presenza di un'autorità che potesse sostituire lo stesso Hnilica, ormai messo alle strette dalla polizia.

"- Nel 1950 sacerdote, nel 1951 vescovo. Una carriera rapidissima la sua. Cosa ricorda del giorno della sua consacrazione?
- La grande paura che avevamo. Era il 24 agosto, di sera. La cerimonia si svolse in fretta, in un'abitazione privata di Bratislava. Mi consacrò un mio confratello, Pavel Hnilica, che è il primo vescovo clandestino cecoslovacco. Ma l'avevano scoperto e ora doveva lasciare con urgenza il paese. Non avevamo tanto tempo..." .

Dal 1951 al 1954 è operaio alla Tatrachema nella zona industriale di Bratislava, un lavoro duro e rischioso, e nel privato si dedica ad approfondimenti teologici e comincia a tenere i rapporti con novizi gesuiti e aspiranti sacerdoti. Nel 1954 cambia lavoro per motivi di salute, mentre la polizia politica comincia a tenerlo sempre più d'occhio, e nel 1958 fa pressioni perchè venga licenziato. Riesce ad ottenere un posto come guardiano notturno, ma alla fine viene arrestato. Il processo "contro Jan Korec e soci" si svolge a porte chiuse dal 17 al 21 maggio 1960 a Bratislava. Korec viene condannato a 12 anni di carcere per "tradimento", secondo il paragrafo 78: "Come vescovo segreto, negli anni 1953-54 ha consacrato segretamente a Bratislava alcuni religiosi e sacerdoti, affinchè la regola dei gesuiti continuasse in Slovacchia con la sua azione illegale. Si preparava alla sovversione contro l'istituzione della democrazia popolare, e fino al suo arresto continuò ad indottrinare membri dell'ordine dei gesuiti, tramite riunioni segrete o prestabilite per la rivolta contro l'istituzione democratico-popolare, tramite studi segreti di filosofia e di teologia; distribuiva letteratura sovversiva e manteneva i giovani fedeli alle regole dell'ordine, in contrasto con l'istituzione della Repubblica Cecoslovacca, e tutto questo al solo scopo di poter meglio estendere la rete del Vaticano in Slovacchia per fomentare azioni sovversive intese a contrastare l'edificazione della repubblica socialista e della società comunista, contro l'ideologia materialistica e contro l'insegnamento del marx-leninismo".

"-Nel 1960 Lei viene arrestato. Se l'aspettava?
- Da almeno 4 anni i comunisti erano venuti a conoscenza della mia vera identità. Io ero molto attento, non avevo confidato il segreto nemmeno a mia madre (che lo apprese nei giorni del processo). Ma la polizia politica arrivava dappertutto. In un processo svoltosi negli anni '50 ero già stato indicato come vescovo 'illegale'. Quindi sì, l'arresto me l'aspettavo... Sono arrivati l'11 marzo. Insieme a me sono state imputate altre 4 persone. Così il processo fu chiamato 'Korec e soci', perchè ci accusavano di volere il ritorno del capitalismo, e di avere rapporti con una potenza straniera nemica, il Vaticano.
- E Lei tentò un'autodifesa?
- Risposi che mio padre, mutilato di guerra, aveva lavorato 50 anni come operaio. Così avevo imparato la questione sociale non dai libri, come il presidente del tribunale, ma dalla vita. Quanto poi all'accusa di essere fedele alla Santa Sede, dissi chiaramente che sulle cose della fede non sentivo il bisogno di chiedere il permesso a nessuno. Nè allora nè mai.
- Finì male, comunque...
- Dai 3 ai 4 anni di reclusione per i miei 'soci' con l'accusa di attività sovversiva. E 12 anni al sottoscritto, per 'alto tradimento'. La carcerazione ebbe luogo in Boemia, in un'ex-certosa. A farmi compagnia trovai, fra l'altro, 200 sacerdoti e 6 vescovi. Erano lì da oltre un decennio. In quello stesso 1960 furono celebrati altri 6 processi simili al mio, tutti contro aderenti alla Compagnia di Gesù. Furono una settantina i gesuiti messi in galera.
- Com'era la vita in carcere? Riusciva a celebrare la messa?
- Per i primi due anni mi fu completamente impossibile. Era proibito dal regolamento e non sapevo come procurarmi di nascosto il vino. Poi, lavorando il vetro in un laboratorio per detenuti, fu possibile stabilire contatti con preti reclusi da più tempo. Alcuni di loro erano riusciti a preparare del vino dall'uva fresca. Così anch'io fui in grado di celebrare messa in cella. Il vino lo tenevamo dentro piccole bottigliette normalmente usate per raccogliere medicinali. Riuscire a ottenere 12 o 13 gocce di vino era già tanto. Essendo proibiti tenere persino il messalino recitavo la messa a memoria. Ci si sedeva per terra, facendo finta di leggere un libro, e si celebrava il sacramento di Cristo.
- Ebbe modo di avvicinare anche qualcuno dei vescovi reclusi dal 1948?
- Sì. Ricordo la splendida figura di Vojtassak, che quando fu condannato a 24 anni di carcere era già settantenne. 'Chissà - scherzava con noi - forse i comunisti vorrebbero che io finissi di scontare la pena in paradiso!'".


Scrive dal carcere al parlamento slovacco nel 1965: "...resta d'altronde incomprensibile che colloqui fra amici, scambi epistolari sulla fede, sulla preghiera e sulla vita di Cristo, siano considerati attività antistatali e definiti tradimento, da espiare con dodici anni di carcere... Nel nostro caso... si è trattato di una costellazione di strani sillogismi con una conclusione sorprendente: 'eravate contro l'ideologia dello Stato e perciò avete tradito'".
Nel 1968 viene rimesso in libertà, ma secondo le normative deve dimostrare di avere un lavoro fisso; così grazie ad un amico ottiene quello che oggi chiameremmo un "lavoro socialmente utile" pulendo i giardini pubblici con una squadra di studenti. Con una sola eccezione: il 14 maggio 1968 con gli altri 12 vescovi concelebra la messa a Velehrad durante l'assemblea per lanciare l'Opera di rinnovamento conciliare (DKO). Il giorno dopo torna a Bratislava a pulire i parchi...

"- Poi venne la Primavera del 1968, e Lei ritrovò inaspettatamente la libertà...
- Partecipai con entusiasmo a quelle giornate. Nel maggio 1968 ci siamo riuniti in Moravia, per la prima volta dopo vent'anni, tutti i leader cattolici. Insieme con altri 13 confratelli celebrai la mia prima messa pubblica. Non ci sembrava vero. Le autorità consentivano alla Chiesa di riorganizzarsi. Ma nella vita quotidiana io continuavo a essere un operaio. Scaricavo grossi fusti di catrame. Mi ammalai pure di tubercolosi... La primavera poi finì presto. In agosto arrivarono i cingolati sovietici.
- L'anno successivo però le autorità staliniste Le fecero un regalo imprevisto: un visto per Roma, la possibilità di essere ricevuto dal Papa.
- Fu un incontro commovente. Paolo VI volle che gli raccontassi tutta la mia storia. Si mise a piangere quando gli dissi che anche in carcere si può fare del bene, e di come un giovane criminale si era convertito grazie alla mia amicizia. Al termine dell'udienza mi regalò il suo anello, la croce pettorale e le due mitrie che portava quando era arcivescovo di Milano".

Ammalatosi di tubercolosi, Korec viene riabilitato definitivamente solo nel luglio 1969.

"Questo mi permise il viaggio a Roma, dove fui ricevuto da papa Paolo VI in udienza privata. Dopo essere guarito dalla tubercolosi, nel 1970 le autorità mi rifiutarono il permesso di svolgere una regolare e piena attività di cura d'anime. Con alcune limitazioni, potei tuttavia esercitare la funzione sacerdotale in una comunità di religiose, presso le quali lavoravo anche come operaio. Nel 1974 però mi fu tolto questo permesso e io divenni nuovamente operaio... Dal 1975 incominciarono per me nuove difficoltà. Venni convocato speso all'amministrazione del distretto di polizia di Bratislava..." (Noi non vogliamo vivere senza Dio - Lettera a Husak del 27 aprile 1980, in CSEO documentazione nr. 157, p. 26).

Torna a fare l'operaio (1980), stavolta nella manutenzione degli ascensori, finchè va in pensione (1984), e nel frattempo si conferma una delle personalità più carismatiche del cattolicesimo slovacco. L'appartamento dove vive, in via Vilova 7 a Petrzalka (la zona industriale di Bratislava - un quartiere allora buio, senza indicazioni stradali, dove un occidentale non poteva "finirci per caso" ), in coabitazione con l'ingegner Jan Michal, rimasto fedele al suo vescovo per anni, è meta continua di incontri con fedeli di ogni età. Ha ancora i paramenti liturgici episcopali in un cassetto. La polizia politica lo considera un elemento assai pericoloso: convocazioni e intimidazioni prima di ogni pellegrinaggio tollerato ma non consentito ai santuari mariani slovacchi, e trasloco forzato della famiglia residente al piano superiore, sostituita da inquilini "per bene". Ma il vescovo Korec non si lascia intimidire: lettere di protesta e prese di posizione contro soprusi ai credenti, contatti con il dissenso ceco, e poi la sua lunga esperienza sul campo: così si costruisce quello strano aggeggio da "controspionaggio" che si vede nella foto qui sotto, usato nei colloqui più personali o nelle confessioni. Uno parla da un lato e l'altro lo ascolta.
Dopo la rivoluzione di velluto del 1989, nel febbraio 1990 viene nominato vescovo "ufficiale" di Nitra e presidente del collegio slovacco della Conferenza episcopale cecoslovacca; il 28 giugno 1991 Korec è creato cardinale. Attualmente vescovo di Nitra. Si dimette il 9.06.2005 (sostituito da V. Judak).

 


Il cilindro usato dal vescovo Korec per evitare che la StB ascoltasse colloqui e confessioni.

Korec (a sinistra) con Tomasek.

Fonti: la maggior parte delle informazioni sono state tradotte dal libro di F. Miklosko, Nebudete ich moct rozvratit, Bratislava 1991; fra l'altro, questo libro che tratta delle vicende della Chiesa cattolica in Slovacchia dal 1943 all'89, è dedicato dall'autore ai suoi tre grandi amici: al vescovo Korec, a Vlado Jukl e Silvo Krcmery, "in loro onore e gratitudine".
In italiano, la sua autobiografia: J.Ch. Korec, La notte dei barbari, Piemme, 1993.
(*): qui e sotto: brani dall'intervista a Korec rilasciata a L. Brunelli, in Quattro testimoni di Gesù Cristo, inserto de Il Sabato 30/11/1991, p. 38 ss.


Dal libro Jezis zd'aleka a zblizka, (ed. Dobra kniha, 1981) sulla figura di Cristo.

Il cristianesimo è una componente viva del mondo contemporaneo. La Chiesa cristiana è una delle realtà dei nostri tempi. La si può amare, la si può odiare, ma nessun osservatore moderno la può negare. Se si intende studiare gli avvenimenti da cui è nato il cristianesimo, se si vuole stabilire quale compito avesse in questo il suo fondatore, non si può iniziare a scavare, come archeologi, alla ricerca delle tracce di una civiltà dimenticata, né si può come paleontologi ricostruire qualcosa di scomparso. Gli avvenimenti attorno all'insorgere del cristianesimo appartengono al vivo processo di sviluppo della Chiesa che esiste fino a oggi, che ha un ininterrotto legame col proprio fondatore, legame che dall'oggi passa attraverso venti secoli nel lontano passato fino alla sua stessa origine: Cristo. La Chiesa presente in tutti i continenti e che oggi tende all'unità, è la stessa che, ad esempio, ha subìto il contraccolpo della Riforma, ha vissuto il periodo dei lumi, la debolezza dei credenti e dei religiosi, la gloria della fede pronta al sacrificio missionario, ha saputo dare la profonda conoscenza teologica medievale, la spiritualità delle cattedrali e della loro arte. E' la stessa Chiesa che ha lottato contro i barbari ed è stata perseguitata dagli imperatori romani. (...)
La comunità cristiana portava in sé il nucleo di una nuova vita e di un nuovo ordine sociale. Quella fede, il cui fondatore nacque al tempo di Cesare Augusto e fu giustiziato sotto il suo successore Tiberio, ha continuato a svilupparsi. I credenti hanno creato rapidamente una comunità enorme, a cui portavano rispetto come a Dio e a cui consacravano la propria vita. (...)
Ritorniamo a ciò che possiamo osservare attorno a noi, nel nostro mondo moderno, e cerchiamo di seguire il flusso del cristianesimo andando contro corrente fino alla fonte. Se vogliamo riconoscere la vita più profonda del cristianesimo, osserviamo alcune vere comunità cristiane. Ci accorgeremo che oltre ad attività sociali e di studio, la Chiesa ha qualcosa di unico: una liturgia unica. Fra i diversi uffici liturgici presenti nella Chiesa, ve n'è uno proprio e fondamentale. A questo ufficio restano fedeli tutte le vere comunità cristiane. Alcune lo chiamano Cena del Signore, altri Eucarestia, altri santa Comunione e santa messa. Ma qualunque siano i modi di tale gesto e in qualunque modo lo si chiami, vi ritroviamo sempre i tratti fondamentali delle assemblee cristiane domenicali di cui scriveva già attorno all'anno 112 Plinio all'imperatore Traiano. (...)
La Chiesa fa memoria di tutto questo in ogni luogo e in ogni tempo. Fa memoria del fatto che il suo fondatore in una notte ha detto e compiuto le cose più preziose: in quella stessa notte è caduto nelle mani dei suoi nemici, ed è morto di morte violenta - come ci attesta il corpo sacrificato e il sangue versato. Proprio così, tramite la liturgia della Chiesa che si svolge nelle chiese di tutto il mondo o nelle piccole comunità nelle case, arriviamo a quello stesso punto della storia che possiamo raggiungere anche con un concreto e obiettivo studio storico, al punto che è il fondamento della Chiesa, quando il suo fondatore "patì sotto Ponzio Pilato". Tutto tende a questo punto preciso. (...) La Chiesa fa memoria nella sua liturgia di quel reale avvenimento, di quel concreto fatto storico che si può determinare nello spazio e nel tempo come qualsiasi altro evento della storia. La memoria della Chiesa si fonde con questo avvenimento in un processo ininterrotto. Alla santa messa, all'Eucarestia oggi prendono parte anziani che già 50 o 60 anni prima hanno sentito queste stesse parole alla presenza dei loro anziani genitori... E alla santa messa sono oggi presenti anche quei giovani che trasmetteranno queste stesse parole ai loro nipoti. In tal modo continua la trasmissione della memoria viva. Durante venti secoli di storia non v'è stata settimana, né giorno in cui la Chiesa non si sia ricordata delle parole di Gesù e della sua morte. Ogni generazione ha accolto questa sacra memoria dalla precedente e l'ha trasmessa a quella successiva. Chiariamo questa continuità con un esempio. Intorno all'anno 200 morì a Lione, in Francia, il vescovo Ireneo, una delle personalità cristiane più significative dell'epoca. Si è conservata fino ai giorni nostri una lettera da lui scritta all'amico e compagno di studi Florino. Ireneo in questa lettera rammenta la loro comune vita di studenti a Smirne, in Asia minore. In particolare egli ricorda quando partecipavano alle lezioni di Policarpo, vescovo di Smirne, il quale era morto ottantenne nel 155. Policarpo non doveva essere molto giovane quando i due amici frequentavano le sue lezioni. Ireneo ricorda che Policarpo raccontava loro gli avvenimenti collegati a "Giovanni, discepolo del Signore" che aveva conosciuto personalmente Gesù, e che Policarpo poté conoscere a sua volta personalmente molti anni addietro. Così Ireneo, in Francia e 200 anni dopo la nascita di Cristo, poteva ricordare Giovanni che aveva conosciuto direttamente Gesù, a sua volta tramite una persona, Policarpo, che aveva conosciuto direttamente Giovanni. Quando il vescovo di Lione durante la messa spezzava il pane nella sua piccola comunità cristiana in memoria della morte di Gesù, non pensava ad un concetto preso dai libri, bensì al maestro Policarpo, il cui amico e apostolo Giovanni aveva conosciuto personalmente Gesù. Così si è conservata la memoria della Chiesa. La memoria collettiva, trasmessa di generazione in generazione, è ciò che chiamiamo tradizione. L'origine della Chiesa e il suo Fondatore ci sono noti fondamentalmente grazie a questa tradizione viva, che scaturisce dai concreti ricordi di coloro che furono testimoni immediati degli avvenimenti e che si incontrarono personalmente con Gesù. Questa tradizione viva fu successivamente redatta così che nessuno potesse rimaneggiarla. Il Nuovo testamento comprende l'intero tesoro della tradizione ininterrotta su Gesù, sulla sua morte e sulla sua azione nella Chiesa. I documenti principali di questa tradizione viva sono i quattro vangeli: essi descrivono la persona di Gesù mantenuta nel vivo ricordo della gente. Avvicinandoci ai vangeli non accostiamo qualche dimenticato episodio storico, qualche relitto archeologico oppure qualche vecchio manoscritto ritrovato in una grotta. Gli avvenimenti di Gesù sono ancora vivi e non scompariranno mai dalla memoria della più antica e viva comunità del mondo occidentale, mai scompariranno dalla memoria della Chiesa. Gesù con la sua opera vive in essa e parla con la viva parola dei vangeli.

 

(nostra traduzione)