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VACLAV
HAVEL sul 1968
" Dopo
molte tragiche esperienze e grazie a un lungo processo di
autoliberazione è stato intrapreso un tentativo di
revisione del male accaduto all'epoca del "socialismo dal
volto umano". Anch'esso però era colorato di
utopismo: il carattere utopico di questo tentativo non stava
tanto nella fiducia che si potesse costruire una situazione
democratica sotto il potere moscovita, quanto piuttosto
nella fiducia che ci si potesse giungere con un consenso
dall'alto, nella fiducia cioè che il Cremlino avrebbe
compreso e approvato. Agli inviti alla ragione si
reagì con l'invio dei carri armati".
Dissenso,
pace, pacifismo, in "L'Altra Europa" n. 5,1986, pag.
13.
" Cari
amici, vengo ora dal monumento equestre a san Venceslao,
dove ho deposto dei fiori in ricordo delle vittime
dell'invasione delle truppe del Patto di Varsavia avvenuta
il 21 agosto 1968. Ci sono stato con alcuni coraggiosi
cittadini sovietici che il 25 agosto '68, senza temere le
drastiche conseguenze, ebbero il coraggio di protestare a
Mosca sulla Piazza Rossa contro l'occupazione della
Cecoslovacchia. A loro va il nostro grazie. Almeno
simbolicamente, hanno salvato l'onore dei popoli dell'URSS.
Cos'era accaduto vent'anni fa? Dopo i cambiamenti
all'interno del partito comunista, dove alle funzioni
direttive giunsero i rappresentanti dell'ala riformista che
iniziarono a introdurre alcune riforme parziali, l'intera
società cecoslovacca si ridestò gradualmente.
Si ebbe la speranza di poter iniziare a costruire, dopo
vent'anni di totalitarismo comunista, un ordine sociale
più democratico, più libero, più
giusto. Queste speranze furono amaramente deluse nella notte
tra il 20 e il 21 agosto, quando gli eserciti del Patto di
Varsavia, in combutta con alcuni congiurati interni,
aggredirono la nostra terra, per reprimere duramente quel
processo appena iniziato, espressione delle speranze che si
stavano destando nei nostri popoli. Tramite questa
aggressione in Cecoslovacchia fu instaurato uno dei regimi
comunisti più conservatori del blocco sovietico, che
si vendicò spietatamente di tutti coloro che avevano
cercato di difendere la nostra società e che
provocò danni di enorme portata, che solo oggi
comprendiamo in tutta la loro grandezza. La Cecoslovacchia
divenne un'isola di silenzio, di ingiustizia, di
demoralizzazione sistematica e di criminale sfruttamento del
futuro. Abbiamo perso così altri vent'anni... Il
ventennio che abbiamo perduto ha avuto delle conseguenze
tragiche. Significa un'intera generazione. A causa del
sistema totalitario è scomparsa dal nostro paese la
creatività dell'uomo, schiacciata sistematicamente
dal regime per anni, è scomparsa l'intraprendenza,
l'inventiva e la ragione... Se nel 1968 avevano una certa
logica gli inviti dei riformisti a muoversi lentamente,
cautamente, discretamente, per non irritare e non provocare
il nostro potente vicino, oggi queste ragioni non valgono
più. Oggi nessuno ci minaccia, oggi dipende solo e
unicamente da noi decidere in quale paese vogliamo vivere...
Abbiamo perso vent'anni, non possiamo permetterci di perdere
più nemmeno un giorno".
Discorso
in piazza San Venceslao, Praga 21 agosto 1990
(Lidové Noviny 22/8/90, nostra traduzione).
" Quella
notte ero con mia moglie e Jan Triska a Liberec, da certi
nostri amici, e vi rimanemmo poi tutta quella drammatica
settimana, perché i nostri amici ci inserirono
immediatamente nel movimento di resistenza di Liberec, se
posso chiamarlo così. Ci demmo da fare nella radio
locale, io scrivevo un comunicato quotidiano, Jan lo
leggeva. (...) Ho visto i carri armati sovietici distruggere
i portici della piazza, che erano pieni di gente, ho visto
il comandante di un carro uscire di senno e cominciare a
sparare con furia sulla folla; ho visto e provato molte
altre cose, e tra queste quella che mi ha fatto la
più forte impressione è stato il fenomeno
della solidarietà generale, così tipico di
quel periodo. La gente ci portava alla radio generi
alimentari, fiori, medicine, anche se non ne avevamo
bisogno; se per un paio d'ore non sentivano Triska alla
radio, ci bombardavano di telefonate per chiederci che cosa
ci era successo; l'edificio della radio era circondato da
enormi autocarri con grandi blocchi di cemento che dovevano
impedire che venisse conquistato; varie fabbriche ci avevano
mandato le loro tessere di riconoscimento, perché in
caso di pericolo ci potessimo nascondere fra gli operai...
Mi ricordo un aneddoto significativo: il terrore di Liberec
e dintorni era un gruppo di un centinaio di vagabondi
abbastanza rozzi, le autorità per un lungo periodo
non erano riuscite a risolvere il problema. Il gruppo era
guidato da un certo Farar. Poco tempo dopo l'occupazione
militare, quel Farar si presentò al municipio dal
sindaco e gli disse: "Capo, siamo a sua disposizione!". Il
sindaco rimase un po' sconcertato, ma, per prova,
affidò un compito al gruppo: "D'accordo, durante la
notte togliete tutte le targhe con l'indicazione delle vie,
così gli occupanti non riusciranno ad orientarsi. Non
sta bene che lo faccia la polizia". Farar annuì, e la
mattina dopo sulle scale del municipio stavano elegantemente
allineate tutte le targhe stradali di Liberec, nemmeno una
era stata distrutta: aspettavano il momento in cui sarebbero
state di nuovo installate..."
Interrogatorio
a distanza, Garzanti, Milano 1990, pp. 117-119.
" La
Primavera di Praga è stata vista come lo scontro fra
due gruppi sul piano del potere reale: quelli che volevano
conservare il sistema così com'era e quelli che lo
volevano riformare. Così facendo si dimentica,
però, che questo scontro era solo l'ultimo atto, la
proiezione esteriore di un lungo dramma condotto soprattutto
e originariamente nell'ambito dello spirito e della
coscienza della società. E si dimentica che
all'inizio di questo dramma ci furono da qualche parte degli
individui che anche nei momenti più duri riuscirono a
vivere nella verità... Una cosa sembra comunque
chiara: il tentativo di una riforma politica non fu la causa
del risveglio della società, ma il suo esito ultimo".
Il
potere dei senza potere, CSEO, Bologna 1980 p.
33
" ...tutti
i cambiamenti innanzitutto 'di clima' e poi di concezione e
infine di struttura non avvennero sotto la spinta delle
'strutture parallele' quali cominciano a formarsi oggi...
Allora queste strutture non esistevano ( e tanto meno era
possibile trovare allora nel nostro paese dei 'dissidenti'
nel senso attuale del termine). Si trattò allora
semplicemente dell'esito della spinta dei tentativi
più disparati di un pensiero più libero, di
una creazione e di una riflessione politica indipendenti; di
un inserimento 'spontaneo', poco chiassoso e a tempi lunghi
della 'vita indipendente della società' nelle
strutture esistenti; si trattò quindi di un processo
di graduale 'risveglio della società'. Gli impulsi a
questo risveglio non dovettero quindi venire espressamente
dalla 'vita indipendente della società' come spazio
sociale definito. La loro origine deve essere ricercata nel
confronto, che gli uomini operavano, tra le strutture
ufficiali che rispecchiavano più o meno l'ideologia
ufficiale e la realtà quale era veramente... L'intero
movimento sociale, il cui culmine fu il 1968, non
arrivò che alla riforma, alla differenziazione o al
ricambio di strutture solo subalterne dal punto di vista del
poter reale, e non toccò il nocciolo della struttura
di potere del sistema post-totalitario, cioè il suo
modello politico in quanto tale, i principi fondamentali
dell'ordinamento sociale globale e neppure il modello
economico plasmato su di essi. Strutturalmente niente di
sostanziale cambiò, neppure nella sfera degli
strumenti diretti del potere (l'esercito, la pubblica
sicurezza, la giustizia)".
Il
potere dei senza potere, CSEO, Bologna 1980 p.
83
"Quella
notte ero con mia moglie e Jan Triska a Liberec, da certi
nostri amici (...). Ho visto i carri armati sovietici
distruggere i portici della piazza, che erano pieni di
gente, ho visto il comandante di un carro uscire di senno e
cominciare a sparare con furia sulla folla; ho visto e
provato molte altre cose, e tra queste quella che mi ha
fatto la più forte impressione è stato il
fenomeno della solidarietà generale, così
tipico di quel periodo. La gente ci portava alla radio
generi alimentari, fiori, medicine, anche se non ne avevamo
bisogno; se per un paio d'ore non sentivano Triska alla
radio, ci bombardavano di telefonate per chiederci che cosa
ci era successo; l'edificio della radio era circondato da
enormi autocarri con grandi blocchi di cemento che dovevano
impedire che venisse conquistato; varie fabbriche ci avevano
mandato le loro tessere di riconoscimento, perché in
caso di pericolo ci potessimo nascondere fra gli operai...
".
(Interrogatorio
a distanza, Garzanti, Milano 1990, pp.
117-119)
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